mercoledì 2 novembre 2011

Bagno a settembre





Sotto i piedi sentiva i sassi e faceva fatica a camminare, la spiaggia dove va di solito è di rena fina, è un problema che si surriscaldi a mezzogiorno e per il resto piacevole.


I sassi facevano però l’acqua meno torbida: i passi e il granchio che scappa non alzano polverio dal fondo e riusciva a vedersi le gambe, la cavigliera colorata - nell’acqua verde erano macchie chiare striate dai riflessi. Dritto vedeva la cinta di scogli interrotta nel mezzo da un varco che misurava da lì, tra indice e pollice, un cinque centimetri circa.


Apriva l’acqua a ginocchiate, teneva la testa fuori e faceva un saltello quando scorreva una piccola onda, poi tendeva le caviglie, inarcava i piedi e sentiva il fondale, i sassi. Poteva arrivare agli scogli, poteva, nuotando senza fretta, arrivare e sdraiarsi, aspettare il tramonto, riposare. Guardò attorno: non c’erano imbarcazioni né deltaplani, nessun bagnante, nessuno.

Si distese a testa sotto e iniziò a contare ogni tre bracciate un respiro.


Avanzò, andava di buona lena, ma un inceppo, l’acqua salata che entra nelle narici e lui che torna verticale e non tocca, le gambe sforbiciano, ha i muscoli delle spalle indolenziti e spinge a cercare il fondo fino a che le piante ritrovano i sassi e si ferma con l’acqua al collo.

Gli scogli distavano ancora, l’orizzonte s’arrossava. Si tirò indietro i capelli e stropicciò gli occhi. Il respiro tornava regolare.


E l’acqua, notò che l’acqua si era scurita e le mani e il movimento dei piedi gli erano nascosti. Guardò la riva. Si mosse, poi prese slancio, si tuffò e sbracciò con foga. Più in là si rimise in piedi dilatando le narici.

Avvertiva lo spazio sommerso comprimersi, riempirsi, percezioni elettriche nell’acqua, sotto di sé qualcosa che si organizzava. Aveva in mente la pancia bianca del pesce, di uno squalo che non poteva succedere ma più avanti, indirizzando il muso al suo asciugamano abbandonato, avrebbe raschiato sul fondo, triturato carne e sassi, ma non era.


Spostò le punte, guadagnò dei centimetri, un metro, poi rimase impastato.

L’acqua si era coagulata e lui era una testa emersa nel mare nero, minuscola, e, ritorto come un punto interrogativo, sollevato a fargli ombra, un animale. I contorni della forma sfuggivano, vedeva spostamenti come polpe di cellule che scattavano sottopelle: una parte del corpo affiorata, chissà quanta nascosta nel mare, confusa col mare. A vederli dalla strada, testa a testa tra la spiaggia e gli scogli, avrebbero cercato il cellulare, telefonato con urgenza, ma no. In qualche modo continuava la marea e dentro l’acqua sarebbe venuto il contatto.


Salì un trambusto liquido che si fece scroscio e poi, concentrandosi, una goccia dal rubinetto, tac, tac, non sentiva altro. La forma nera si asciugava, lui e l’animale erano lì di fronte, fermi, forse si guardavano, tac, tac, era già sera, settembre, le giornate si accorciavano.


Pensò di protestare, che c’era un errore. Lo studiava, aspettava, lo aspettava. Da lontano il petto e la testa minuscoli, l’animale materializzato, enorme.

La strada, la sabbia, il mare. Lui provò una strana confidenza e l’intimità di un incidente. tac.


Emilio Scanavino - Le voci del silenzio -


sabato 22 ottobre 2011

Ancora uccelli






I gabbiani che sorvolano questo tratto di costa a guardarli bene non sono tutti uguali, e per ora la differenza è nel colore della testa e, certo, nelle dimensioni.

C’è un tipo che dev’essere quello comune, ha il becco giallo e la testa scura che sembra riparata da una cuffia d’aviatore; alzandosi in volo la incassa nelle ali e si accomoda ad amministrare le correnti, le traversate.

Ne è calato uno più chiaro a rovistare tra gli sterpi ammonticchiati dal mare, sulla rena bagnata. Ha il piumaggio grigio e bianco, l’apertura alare che supera il metro.

Sul Po’ iniziai a teorizzare l’esistenza di una specie di gabbiano senza collo. Feci notare a Carlo gli esemplari sparsi sulle morene. Vedi, dissi, quelli hanno qualche centimetro di collo, agli altri invece manca: gli spuntano gli occhi e il becco da un moncone del busto, un pomello.

Carlo strizzò gli occhi e la prese per buona, commentò che la luce poteva essere perfetta per una foto del fiume, compresi i palazzi in fondo e il pennone della mole. Prima di lasciare il ponte disse che se ci facevo caso quelli con il collo erano gli stessi che non l’avevano, era la postura dell’animale a cambiare: nel momento in cui toccano terra e si posano ricompare il collo. Era così, un branco viene giù su un isolotto ed eccoli che smettono la forma di siluro e tirano fuori un ansa di collo come un manico d’anfora.

Quella notte sognai Torino sommersa dall’acqua e Carlo che scendeva da un sottomarino in Piazza Vittorio.


Francesco Rossini, La spiaggia, Ancona, 1986

martedì 6 settembre 2011

La voce degli uccelli






Le tortore prendono possesso del centro storico e te ne rendi conto di domenica, tra l’una e le tre.


Quando volano si vedono le penne della coda che si staccano una dall’altra come le dita di una mano o i denti di un rastrello.


Stando seduto di pomeriggio si distingue un verso lugubre che pressappoco fa cu-cu-cuu, e non è un grugare di piccione, ma fa pensare a uno strumento cavo, al soffio che passa in un tunnel. Sembra un presentimento sinistro, la voce di uno spione nascosto che ti fa sentire la sua presenza, ti osserva e continua a chiederti Chi sei tu? Chi sei tu?


Pensavo all’upupa o al cuculo, il cuculo verso l’estate non fa più il richiamo famoso dell’orologio ma qualcosa di diverso. Pensavo a quello, che poteva essere lui, nascosto tra le foglie. Da anni lo ascolto e non ho dubbi, è l’upupa ma da poco ho deciso, è il cuculo.


Oggi quando sono uscito di casa ho guardato bene nella tasca dello zaino, dovevo avere tutte le chiavi che mi servivano. Il cielo era di un grigio fumoso e conservava comprimendolo a terra un immobile calore. Faticavo a camminare, il viso si scaldava e volevo bagnarlo appena arrivato alla fontana. Da un albero è volata su un’antenna una tortora inseguita da un'altra. I due uccelli si sono posati vicini e uno di loro ha iniziato il verso, ed era quel verso, cu-cu-cuu. Tentennava il collo verso terra nei primi due suoni e si rialzava di scatto, col becco in alto, per calcare l’ultima parte, come un singulto. Erano tre colpi di un cerimoniale, un terzo tempo, passo passo e stacco. Una tortora che vuole accoppiarsi.


A settembre le tortore vanno in amore, ecco la verità.


Giorgio Morandi - Natura morta - 1960

venerdì 2 settembre 2011

Settantasei euro, 00



Fece il saluto marziale dal finestrino, disse Patente, libretto di circolazione e, se in possesso, certificato per guida senza cintura, e si risollevò lasciando una mano sulla guaina dei vetri, ad aspettare.


Deposi patente e libretto nella mano del vigile e pensai alla professionalità lievemente ironica con cui mi aveva anticipato la multa per guida senza cintura. Un metodo che aveva messo insieme di fronte ai tentativi di attaccar bottone degli automobilisti, pensai.

Non c’era possibilità di aggiungere altro, di stemperare, di impietosire o accanirsi.


La multa stava arrivando: avevo di fronte una superficie levigata, dal pizzetto stilizzato, un viso divisibile in sezioni di carne ispida e infiammata, gli occhi accennati nella sfumatura degli occhiali a goccia. Pensai di dire che ero giovane, che stavo tornando a casa, che abitavo dietro la curva, che possedevo un certificato ma che l’avevo da un'altra parte e da quella carta rilasciata dal mio medico veniva il divieto, tassativo, di indossare la cintura poiché comprimente la zona toracica di cui io, Alfredo Cellini, risentivo a causa di una – e qui un nome di malattia oscuro e convincente – che si acuiva sotto pressione e nelle posizioni scorrette, trattandosi, in definitiva, di una malformazione ossea congenita – cosicché il seggiolino da viaggio della mia infanzia era stato sprovvisto di cinture al busto e mi dovevano tenere per le braccia e i polsi due bande di tessuto elastico -. Rilascio certificato di nessuna cinta: firmato dottor tal dei tali, eccetera eccetera.

La sorpresa si sarebbe manifestata nelle profondità del vigile generando un impercettibile grappolo gassoso che avrebbe risalito lo stomaco amaricandogli la lingua.

Appoggiato alla sella della motocicletta, ricopiava i dati dei documenti nel verbale in carta bicolore; gli andai vicino con l’intento di dare sfogo ad una minima protesta ma sentivo soltanto l’ineluttabilità dell’evento per mezzo del caldo piatto del primo pomeriggio.

Vuole aggiungere qualcosa? chiese a un certo punto il vigile. E che devo aggiungere? E’ suo diritto, sono tenuto a chiederglielo…ma non c’è niente da aggiungere. Che si aggiunge di solito? domandai. Che uno è appena uscito, che ha sempre messo la cintura…comunque non serve a niente.


Il vigile indica con la punta della penna lo spazio della firma e mi lascia il posto. Quindi è inutile che dichiaro qualcosa, dico. E devo pagare settantasei euro di multa? Ma non si paga meno se li do subito? No, risponde il vigile. Penso delle bestemmie, poi chiedo qualche minuto per scrivere nervosamente e con qualche tono populista quanto segue.


“Trovo questa legge ridicola come quella del casco, soprattutto a tali prezzi. Lo Stato non mi può imporre la sua paternale, mi ammazzo quando mi pare. Dopo tutti i soldi che chiedete a chi lavora ci dobbiamo aggiungere le multe, e pago l’infrazione delle cinture di sicurezza in un comune con la viabilità di Nairobi(che se non lo sapete è un enorme casino), in cui le macchine sono una sull’altra e la mentalità stradale è quella dei Flistone.”


Indossavo una camicia bianca e spiegazzata che si andava bagnando di sudore sul collo. Staccai la mia copia di carta velina bluettè, chiusi il verbale e lo porsi al vigile che disse E’ suo diritto dichiarare come è mio diritto farle la multa, è il mio lavoro. E rifece il saluto militare con l’effetto di un frontino improvviso.


Ancora bestemmiando in silenzio, io, che non ero mai stato a Nairobi, tornai verso l’auto; avrei voluto scrivere anche che il vigile era un orango schifoso o che la cintura in realtà la portavo anche se non era vero. Per il tragitto ripensai alle mie frasi trovandole inadeguate, rifeci più volte l’incontro del vigile e sempre mi veniva qualcosa di meglio da dire o scrivere. Alle quattro del pomeriggio dissi a mio padre della multa e raccontai le circostanze ingiuste dell’evento.


Umberto Boccioni - L'automobile - 1904



lunedì 29 agosto 2011

Dal diario di Alessio Meco, attore fuori sede - II parte


Mi gratto il collo, sono sudato e vorrei andarmene a fumare. Vado verso il leggio, soffio nei fori del microfono e dico il primo verso, poi a seguire, finisco e parte l’applauso. Vedo Ivano che parla insieme ad una signora vestita di bianco, si riesce a distinguerle la linea delle mutande, delle culotte, è anche abbronzantissima. Faccio segno a Ivano, si avvicina, dico che tra poco c’è la pausa e vorrei fumare se ha una sigaretta, ne ho bisogno.


Ma la pausa e la sigaretta non ci sono, il microfono nelle mani ha incendiato la lingua a un signore senza cravatta, sta dicendo quanti fratelli aveva e quanti sono morti, legge a tratti dei versi in dialetto da un foglio, poi spiega, dice che lui ha fatto questo e quello in quell’anno e in quel giorno – ricorda precisamente, una memoria senza fallo, ti sa dire il meteo di otto anni prima, il numero degli abeti lungo la provinciale dal 47 a oggi - e riprende a leggere dal foglio. Dai capelli mi cala fino al lobo dell’orecchio una cola di sudore, mi bagna l’orecchino di legno, cade sulla spalla della camicia, si vede un cerchio più scuro sul tessuto che in un niente scomparirà; vorrei fumare.


Su di noi Pavese aleggia, ci benedice dal muretto di casa, allarga le braccia per accoglierci, ascende alle tegole del tetto, mostra il profilo adunco. Portava una sciarpa chiara, era alto, si tormentava i capelli, non ha lasciato eredi. Il poeta solitario, il poeta ambizioso, il poeta torinese, langarolo, professore, donnaiolo, resistente, ciclista, palla elastico, bevitore di moscato, mitologico, santifico, economico.


E’ riuscito ad arrivare anche Il Professore. Beve un bicchiere professore? Dopo tocca a lei professore, dopo pranzo professore. Morale della favola si mangia nei pressi, io non pago ma Ivano deve, allora ci accomodiamo e dopo ci penseremo. Il professore è di mala voglia, accetta le foto con mezzo cenno, rigira il bastone da passeggio, dopo mangiato non va bene di parlare, gli manca il fiato, gli muore la lingua, non si esprime, Ci dispiace professore, faccia come riesce, pochi minuti, ma è tutto pronto, ci perdoni, non sa l’onore.


Un altro tavolo e platea, sono seduto dietro il leggio, mi risale il salame pepato, Il Professore è inclinato, apre appena la bocca, lo introducono altri due professori che fanno un discorso intricato, si sforzano, traducono dal latino all’italiano. Mezz’ora ciascuno per confessare l’immenso onore. Un nome tanto grande, dicono La colonna, il massimo esponente, l’insegnate, il libro di scuola, il maestro. Viene il mio momento e leggo bene, applauso meritato. Dietro di noi, da qualche parte, tirano il collo alle galline, si sentono i lamenti strazianti e il professore ci scherza sopra, si ride.


Ivano mi aspetta in macchina. Nel cortile Il Professore è seduto nel fuoristrada ed ha comprato sei cartoni di vino Farfarello, due in omaggio, sua moglie dice ad un uomo con la barba nera e bianca che lo berranno insieme. Mi pagano e ce ne andiamo. Ivano è uscito senza pagare e vuole far presto a partire. Tornando ci fermiamo al cimitero, pochi minuti, qualche refolo d’aria mi smuove i capelli, Ti sta bene il pizzetto mi dice Ivano mentre superiamo la cancellata.


La tomba del poeta è una coperchio di ferro appoggiato per terra, una lastra color ruggine con il bordo tagliato dalle lettere dell’epitaffio, è abbozzata, bugnata senza ordine come l’avessero percossa dall’interno a testate, è una protesta alla morte. Il nome e la data sono in caratteri netti, uno sotto l’altro in una casella bianca, nello spazio sotto i numeri c’è lasciata una sigaretta intonsa, messa per il lungo, sulla cartina c’è scritto Winston. Quando Ivano si allontana la prendo, la porto alle labbra e uscendo l’accendo. Guardo verso Torino e più oltre, la linea di vette azzurre come una calca di uomini curiosi che mischiano i corpi e le teste per farsi avanti. Sopra di noi, nel cielo sgombro, si è trascinata una nuvola che sembra fuori luogo.


Gianni Dova - Composizione







Dal diario di Alessio Meco, attore fuori sede - I parte





Nella chiesa collegata Sant’Agostino di Asti stanno dicendo il rosario, a parte questo c’è silenzio, poca luce. A una signora suona il telefono, è un pezzo in cima alle classifiche, il suono dapprima è attutito poi fuori dalla borsa riverbera nelle navate. La signora si ferma davanti all’altare, si solleva gli occhiali, scruta lo schermo, la suoneria va per la seconda ripetizione, allora risponde, dice pronto. E’ qualcuno che si chiama Alice, la signora va lentamente verso l’uscita, descrive chiaramente la situazione, racconta che il caldo la fa sudare, che ora esce fuori e farà più caldo, fa una risata, bagna due dita nell’acqua santa e rapidamente si segna ed esce.


Fuori c’è una piazza circolare senza ripari, l’edificio ha una facciata semplice, è di pietra castana; nel complesso la città ha un color cappuccino, una mescola tra pareti rossicce, bianche e bege. Il sole batte sul lastricato del corso e si procede in fila indiana per giovarsi delle strisce d’ombra lasciate ai lati. A passo d’uomo si va a prendere il gelato. Io sono soprappeso, faccio l’attore ma lavoro anche alla ferramenta Galimberti, e oggi, dopo colazione, mi sono rasato pelo e contropelo e mi è passato di lasciarmi mosca e pizzetto - e in tutti i finestrini delle auto in sosta ho visto che mi sta bene, che ho fatto bene.

Devo farmi trovare in Piazza del Palio tra mezz’ora, oggi ho un lavoro, mi pagano cento euro, si tratta di leggere poche cose, quasi tutte poesie. Ho il tempo per un caffè, il barista mi saluta in dialetto, ci conosciamo di vista, rispondo senza accento, non sono di qui ma vivo qui.


Ivano è in orario, ha una panda azzurra. Sull’autostrada il sole batte in lungo e in largo e le linee bianche si distinguono appena, si guarda da sotto i parasole. Ivano non si preoccupa, pensa che sia una patina d’ottone vecchio, è l’effetto di questo sole particolare sulle superfici, anche le torri e le colline sotto le torri sono di ottone vecchio. Quando ci fermiamo a fare rifornimento mi dice che lo stava pensando, dice Immagina un sassofono spianato sulla strada, come una tuta aderente - l’ha scritto in una poesia che mi ha fatto leggere giovedì scorso. E guarda in fondo, dice ancora, tutti i denti delle montagne, laggiù è blu, è fresco.


Sessantuno anni fa è morto Pavese nella stanza che aveva preso all’Hotel Roma. Dopo il ricordo dell’anniversario e la consegna dei premi del concorso devo leggere la prima poesia, c’è un leggio componibile di metallo con le giunture, è accanto ad un tavolo coperto da una tovaglia rossa. Il pubblico prende posto. Ci sono i vincitori, i parenti e gli amici, i parenti e gli amici dei professori dietro il tavolo, le prime file riservate ai delegati della regione, della provincia, dei comuni. Ognuno porterà i suoi saluti. Il presidente che mi dà le indicazioni assomiglia al pappagallo che tengono in giardino, canuto, due occhi come punti sovraccarichi d’inchiostro, una bocca becco, senza labbra e senza denti, e un corpo arcuato e risecco come le zampe del volatile, le sue tre dita unghiate, calcinose, o il paesaggio scavato di certi fianchi di collina, quelli inservibili per piantare la vigna. E’ quasi ora di alzarmi a leggere. Hanno fatto le fotografie davanti all’immagine del poeta che scrive, alcuni hanno voluto dire qualcosa altri no. I politici hanno parlato molto, confuso l’ambito e la situazione, scambiato i contesti, tenuto presente l’apparato vocale, modulato a vanvera. Siamo sul palco davanti alla platea, le sedie sono piene e le teste riparate da un padiglione di plastica bianca a tre punte. Riesco a vedere le salite che più in alto arriveranno in cima ai colli, passano tra i filari di vigna che sono disposti in tanti paralleli come una riga in mezzo praticata sopra un cranio. Ai bordi della strada fanno da siepe, ci sono anche noci, fichi, albicocchi, pochi ulivi, quasi nessuno. L’aria non si muove e la temperatura aumenta. A mezzogiorno i raggi a perpendicolo si intersecano con le vigne, latitudine e longitudine di queste parti.



Gianni Dova - '80 - Figura ambigua

venerdì 29 luglio 2011

Telefonismo arabo



Da un balcone di circa tre metri per uno si sporgono i componenti di una famiglia di lingua araba - dico a orecchio - impegnati in conversazioni telefoniche più o meno lunghe e agitate.


Due donne soprattutto e poi tre uomini. Mentre sotto rifanno la strada e si sparge lo strato oleoso e nerissimo dell’asfalto nuovo, non li sento, vedo soltanto i gesti. La prima donna ha le braccia frollate e i capelli raggruppati dietro la nuca, di pelle è chiara verso il giallo. L’altra ha le maniche lunghe e parla facendo perno sulla pancia che oscilla poggiata alla ringhiera. Gli uomini sono sempre in canottiera e fumano, il cuoio capelluto vicino ai sopraccigli, più o meno rughe secondo l’età che va dai quaranta e si ferma a cinquanta malandati.


Ad ora di pranzo c’è silenzio e così li sento che urlano al ricevitore. Gente lontana in posizioni precarie, esposta ai venti o bombardata parla con loro. Non si sentono, non sono tranquilli, avvengono interferenze, prende meglio a piegarsi in due, la testa sfiora il basamento della ringhiera, penzolante. Potessi tradurre verrei a sapere tutti i particolari - hanno fiducia che nessuno li capisce, quindi gridano con la massima serenità.


Quella gente lontana e precaria durante la settimana abbandona la residenza irraggiungibile e arriva, due tre macchine station wagon con i vetri di dietro pressati di bagagli, di buste. All’apertura del portabagagli assiste tutta la comunità del balcone, già in strada (in quell’occasione ancora sgangerata e con il corpo dei tombini a vista che sembra il seguito di enormi chiodi di cui per anni si è conosciuta soltanto la testa).


Gli ospiti si scambiano qualche dono ed entrano in casa per uscire sul balcone telefono all’orecchio – nelle scale c’è stata una salva di suonerie più o meno contemporanea. Si mettono allineati in cinque sei o a turni, in filo diretto con altri avamposti sempre fuori campo che si può soltanto urlare per raggiungere.


Questo modello di Samsung è fatto così, è largo e bianco, ci sono i giochi, le foto settemegapix, tutto, pochi soldi, mio padre me lo compra. Così dice il più piccolo degli arabi ai suoi amici, in italiano. Significa che sta per ascendere anche lui al balcone, i tempi sono maturi. Gli amici che sono un pancione biondo di sei anni e uno mingherlino scricciolo come l’arabo ascoltano ammirati, momento solenne, il pancione, rosso nelle guance, apre anche la bocca. Il piccolo arabo gesticola, misura tra braccia e dita il telefono come fosse un grosso pescegatto. Io passo, raccolgo la conversazione, mentre sopra, i probabili genitori, telefonano ad altre station wagon in avvicinamento.


Cammino e dopo poco si formalizza un uomo corto di statura che sorride mostrando appeso per le sue dita un esemplare sottile di Samsung bianco e scaglioso che ancora si dibatte, e l’uomo corto e contento è inquadrato nello schermo incellophanato di altro Samsung di medesima famiglia ma di altra specie, un cultivar meno sottile, nelle mani di un amico o conoscente che lo immortala.


Per scherzare, propongo a Giulio, che a quell’ora passeggia, di varare la costellazione del telefonista arabo, ma poi, quasi subito, me ne pento. Lui ha dei fianchi larghi, avanza rigido come sui trampoli, mi dice A me mi hanno aperto da qua a qua, il cuore, e adesso devo camminare. Cammina e se ne va.

Mario Sironi - 1919

martedì 26 luglio 2011

I podisti



Corrono dappertutto, ad ogni momento, i podisti.


Circunnavigano il territorio scollinando i versanti dalle zone abitate verso fuori, risalendo borghi stranieri di cui ricordano le strisce bianche della carreggiata. D’estate è il massimo del traffico, nei parchi soprattutto, e nella valle a volte si superano sullo stesso bordo di strada.

Compaiono dappertutto. Podisti.

Tap-tap, le suole gommate sull’asfalto.


Correndo si pensa a respirare, ad allargare il torace, dopo un po’, con l’allenamento, si deve poter raggiungere uno stato in cui quello che c’è intorno non conta e potenzialmente si va all’infinito, come mettere la folle, sentire una discesa e il corpo per inerzia, anche in salita.


A notte gli animali riprendono la loro zona, i gatti che hanno sonnecchiato si appostano ai ciglioni con le zampe sollevate pronti per tuffarsi nell’erba, sopra quello che hanno scovato. La civetta si dimentica dei fari e gli fa poco effetto, appollaiata sulla strada, che ti fermi la di fianco: una scultura perentoria, matriosca di basalto, il muso di lucerna. La volpe è abituale e ripara con un salto lasciandoti la punta della coda da guardare. La strada che faccio ogni notte per tornare a casa ha le sue ricorrenze.


Attento pulcino! dice Germano sul sedile passeggero. Perché scendono sulla strada? E si volta a guardare la civetta che abbiamo sorpassato.

Non deve sembragli un brutto posto, dico io.

E’ perché non sono mai state sotto una ruota, dice Germano.

Lui scrive sul telefono io alzo e abbasso i fari, passo le mani sullo sterzo. I podisti sono la stessa cosa, la ricorrenza. Cascasse il mondo devono cercare di passare sotto casa mia per la stessa ora, altrimenti è inutile. Guardo l’invasione delle piante sui lati del percorso, spesso ho provato a imitare i versi delle civette soffiando nella mano a tromba; una volta mi hanno risposto, contrappunto.

Forse c’è qualcosa da mangiare sulla strada, dico.

Cosa mangiano le civette?

Piccoli topi, piccole cose.

Ma lo sai di preciso?

No, i topi devono mangiarli però, sono abbastanza sicuro. Che ore sono?

Un quarto alle due.

Ti immagini dietro la curva troviamo un podista.

Che?

Uno che corre.

Certo, magari il figlio di Ivo, fa le maratone lo sai?

O Johnny.

Guarda la volpe!

Vista!


Ruggero Savino - Tree - 2009

lunedì 25 luglio 2011

Le nalisi




Le nalisi le ho fatte di mattino presto.


Sono entrato in una sala al primo piano dell’ospedale, la Sala Nalisi, che al sole delle otto appariva sgranata: la pelle formicola dal sonno e dopo colazione, dopo il prelievo vado a dormire. C’è la coda, l’impegnativa, chiamano il numero.


Mi siedo o sto in piedi. Le sedute hanno tra loro un pianale bianco dove si siedono ugualmente, un pianale bianco senza schienale che ho sempre pensato come un confine su cui poggiare le bottiglie. Il pavimento è color stracciatella.


Capoferri, Di Francesco, Giansante, Pintos – è spagnola questa? -, Gabrielli, Capecchi. Entro nell’anticamera a vista delle stanze dell’ago e della fiala, del sangue nero.

Riparato nell’uscio di un bagnetto c’è un carrellino vivande con sopra i vasetti delle urine etichettati. Le urine? Togli il vasetto dalla scatola e lo porgi, applica il tagliando, deposita sul carrello. Si aspetta spalle al muro. L’infermiere napoletano al momento del buco ti racconta una cosa, così non ci pensi. Mio zio lo chiamarono Antonio per quello di Paola non di Padova – Paola, c’è la stazione a Paola- da piccolo sono stato al santuario, in Calabria, è famosissimo – e si riempiva la terza provetta, sangue nero. Fuori un vecchietto è al centro della sala e di viso assomiglia a Cossiga, è rimasto leggermente in piega come un tendine sfibrato, dalla polo nera escono le braccia che sono maculate, strofinate, innervate, una vite marcita, scortecciata, ma battono la spalla al vicino e gli raccontano che la moglie non cammina più, la poveretta.


Al tiket fanno cinquanta euro perché la regione sblocca l’aumento tra un mese, o anche meno, poi aggiungeremo dieci, è la manovra. A mordere il cornetto intriso mi cola il cappuccino sulla camicia lavata di recente e ci lascia una macchia a forma di Sicilia.


Il cerotto attorno al gomito a piegare il braccio si è allentato e sul batuffolo sono rimasti due punti rossi. Come Sansone strizzo il muscolo, finché il nastro entra in tensione e si strappa di colpo.


Giuseppe Santomaso - Paesaggio verde - 1953

mercoledì 20 luglio 2011

I turisti






La canicola del giorno allenta verso le sette di sera e a quel punto nel golfo di case al centro del paese si spalancavano le persiane rosse del palazzo di fondo - più che rosse del viola dell’uva, stinte dalla luce. Seguivano poi le finestre dagli infissi più nuovi.


Le case costituivano una muraglia che alla fine della salita si allargava in un occhiello d’asfalto e dall’arco d’ingresso, più sotto, cominciava da uno stretto corridoio. Erano case alte almeno tre piani, dalle pareti svasate come torrioni, dipinte di rosa tenue, bianco, o lasciate a mattoni.



Su una ringhiera venne a stendere una donna. Uscì dall’ombra della camera e spiegò un asciugamano da mare su cui stavano cucite le teste di quattro grossi girasoli. Indossava un vestito bianco, quasi una camicia da notte, e i suoi capelli bagnati scendevano a perpendicolo in fili separati e pesanti.


Risollevata arrivò al bordo dell’intelaiatura con la testa e le si videro il viso e gli occhi chinati sul cestino delle mollette. Aveva l’abbronzatura inoltrata delle pelli chiare e i capelli biondo scuro: gli zigomi alti e la tensione dello sguardo, quando lo girò intorno, facevano pensare a un apollo femmina, cosa mai vista nei mesi invernali.

Si era appena lavata sotto la doccia e le creme emollienti le avevano smorzato il rossore del sole. Sulle braccia la pelle mostrò le tensioni dei muscoli esercitati dall’aerobica e due mollette verdi pinzarono il tessuto alla sbarra della ringhiera. Ritornata nell’ombra dell’interno lasciò come un'impressione, un profumo balsamico.


Renato Guttuso - Nudo -

lunedì 18 luglio 2011

Pietro





Di Pietro ho scritto in un articolo un anno fa esatto ed era d’estate come adesso.


Dicevo che ha il fisico di un corazziere, e così è.

L’ho visto dietro casa sua vicino ad una testa di gesso che per il sole sembrava l’avorio. L’ho chiamato e mi ha fatto cenno di entrare dal davanti.


Si lamenta solo delle zanzare che trovano il modo di pungerlo attraverso la camicia e i pantaloni. Sei smagrito, gli dico, Sarà per il colore delle mani, dice, e me le mostra: sono lunghe, le dita tornite, imbiancate dal lavoro, il cerchietto della fede percorso di luce.


Lo pungono in testa, il cappello di paglia strappato lo porta per quello ma non serve poi molto. Ci mettiamo nell’angolo d’ombra, il cappello lo mette ad una statuetta che ha sul tavolo, un Frenk Zappa, ci cala sopra e quella sparisce.


Guardiamo la scultura nuova, il papa polacco messo in cima a una colonna di granito, ad altezza d’uomo. Ha colto un’ espressione del santo in modo che ti guardi, quasi a sorridere ma non ancora, un misto di tenerezza. Mi ci metto di fronte e sento che potrebbe arrivarmi una mano sulla spalla e a guardarci di trovarmela posata lì, un pollice di gesso nella clavicola. Sembra che ti incontri, gli dico. Immaginalo di bronzo, fa lui.


Beviamo acqua tonica seduti su delle seggiole da giardino. Viene il momento di schiudere il calco poggiato sul tavolo. Pietro rivolta le chiusure, rimuove il fil di ferro e fa forza lungo le giunture dell’incubatore finché delle crosticine seccate cadono a terra. Dentro c’è la guaina di silicone - la formina vera e propria - giallo cera, che ha la faccia esterna riempita di ditate, come fosse un collage di chewingum appiccicati.

Ancora malleabile, quella specie di gomma è stata schiacciata dai pollici sui connotati del primo modello d’argilla e ora li riproduce sull’impasto di gesso che la riempie.


Pietro libera il nuovo stampo, lima con l’unghia le imperfezioni e lo aggiunge agli altri che si asciugano al sole nel prato, su di un ceppo. Un altro Zappa è fatto, di color sabbia bagnata che presto si farà bianco come il papa in colonna.


Ai bambini bisognerebbe far vedere queste cose e non le pirlate, dice Pietro rimettendosi seduto. Ha dei baffetti bianchi sotto il naso che è lungo e all’ingiù. Mi piacciono le storie degli esploratori e quelle della vita dei grandi uomini, da piccolo avevo un libro che leggevo sempre, adesso mi piace Messner che scala gli ottomila senza bombole d’ossigeno né niente, senza rompere le palle alla montagna come quelli che ogni metro piantano un chiodo e lasciano l’immondizia in giro, dice Pietro e aggiunge che non legge molto, che adesso a prendere un libro in mano si addormenta e che comunque non ha tempo.


La sua camicia s’è bagnata sotto le ascelle ma dice che il caldo non gli disturba, ora finisce i busti che deve fare e fatti quelli penserà a qualcosa di nuovo da plasmare nell’argilla, gli piacerebbe un volto di donna, un busto, magari un nudo - Ma da queste parti dove la trovi una modella? - comunque mi chiama quando inizia.


Marcello Mascherini - Il falciatore - 1928

mercoledì 13 luglio 2011

Don Matteo



D’estate, intorno all’ora di pranzo, c’è Don Matteo.


Due delle tre televisioni che abbiamo in casa lo seguono e l’altra è spenta. Seduto a tavola, lo sento alle spalle e lo vedo di fronte.


E’ forte Don Matteo. Arriva in bicicletta e motocicletta, indossa il giaccone di pelle nero e il basco, la tonaca gli svolazza dietro la sella. Arriva sempre in discesa.


Capisce Don Matteo, gli stati d’animo, con l’occhio azzurro ti confessa appena ti guarda. Diocesi di Perugia, parrocchia Città della Pieve. E’ un dritto Don Matteo, sensibile, sa andare a cavallo, fa il soffritto, restaura i portoni. In canonica ha sul tavolo l’incerata e una coppia maschio e femmina di perpetui, poco alti, bruttini e simpatici, forse sposati, però niente figli.


Risolve i casi criminali. In caserma è amico di Nino Frassica che gli racconta i particolari mentre il maresciallo, d’accento romano, è un po’ invidioso ma brava persona.


Alla fine quando parla viene il sottofondo di violini. La voce è come il brodo in crosta di pane, che anche d’inverno mantiene il tiepido, sopra e sotto, e ti conquista, ti stende. Ti battezza di brodo. Ti cosparge il capo di crosta di pane. Non si mescola Don Matteo, è sempre quello.


E’ il migliore Don Matteo. Le suore sono sempre una bella e una grassa, quella grassa fa ridere ma è in gamba, più sensibile quella bella che gli parla controluce, da santa.


Verso la notte succede un litigio, e uno butta di sotto il fratello – le discussioni succedono vicino ai bordi, vicino ai dislivelli - ma non la fanno a Don Matteo.


Come fa Don Matteo? Che pensa Don Matteo? Alla mano Don Matteo. Bello Don Matteo. Ogni puntata in continuazione Don Matteo.


Il mistero dei cavalli. Il finto frate. Il figlio allo sbando. La droga terribile. A un tratto è tutto chiaro, succede per caso, se lo dicono in piazza, si complimenta l’appuntato, piccolo sorriso del maresciallo e tempestivi dopo la confessione a ritirare il colpevole, quello giusto, vero Don Matteo? Fa di sì Don Matteo.


E’ biondo con gli occhi aperti, ti fa arrestare ma non ti giudica, e sa fare le battute. Don Matteo.


Giorgio De Chirico - Le muse inquietanti - 1975

venerdì 1 luglio 2011

La trappola



Il testaferro mi aveva fatto perdere tempo, col suo volare sbalestrato che finì al di sopra della grondaia.


Sulla terrazza si era annunciato nel vibrare ossessivo delle ali - vietato l’agguato - cozzando i vasi senza timone. Seguendolo lo vidi sparire dentro il foro di una mezza canna, che stava legata con altre a fare un mobile da tavola. Bastava chiudere i due fori del segmento : s’era andato a intrappolare.


Li chiusi con un libro e un quaderno e sollevai le canne allacciate pigiando ai lati, attento alla convergenza. Lo credevo un pallettone di fucile che a scoprirgli il varco m’avrebbe trapassato l’occhio. Rimasi così con la trappola sollevata senza sapere che fare. Mummificarlo? Sostituire le chiusure con lo scoctch e aspettare, solo io a sapere del segreto mentre l’ospite ciccava nel posacenere appoggiato alla canna-sepolcro. Mi sarei ricordato a distanza di anni notando le dentellature del nastro in un momento di svago, con l’accappatoio indosso. Allora l’avrei rimosso e avrei esposto l’esemplare classificato, ormai innocuo.


Aggiungo che in seguito l’avrei gettato a causa di un pensiero notturno. Un pensiero ai suoi occhi nella corazza, due punte di spillo rosse come i led del televisore, e al ritorno in una vita da proiettile pazzo. Da sveglio lo avrei visto riprendere il volo, stavolta dritto, a capofitto verso la meta. Il giorno dopo mi sarei svegliato senza badarci e in un attimo, mentre facevo altro, una divagazione, una spinta, e dalla mensola alla carta accartocciata al secchio sulla strada.


Senza contare che mia madre avrebbe potuto liberarlo prima, inavvertitamente; cosicché un giorno qualsiasi un urlo dalla terrazza e mia madre sulla coscienza. E io sporgendomi sulla ringhiera con la pantofola in mano, a guardare il corazzato che fuggiva sballando le traiettorie, gliel’avrei tirata appresso.


Allora lo liberai, lasciai i monconi di canne sul pavimento, le scossi con la punta, le battei contro il parapetto. Guardai dentro chiudendo un occhio. Il tempo di pensare Ho sbagliato e torna il ronzio, e sprizza fuori il bossolo nero con le zampette pendule di dietro.


Carlo Carrà - Il figlio del costruttore - 1931

Il ritorno del palazzo misterioso


Avevo mezz’ora per non far tardi all’appuntamento e non mi aspettavo il temporale.


Ho dovuto rallentare, il cielo si è scurito e al primo semaforo l’aria aveva preso un colorito torbido, di sabbia bagnata. Vedevo gli edifici ai due lati della strada come biscotti intingersi nel caffellatte. La pioggia eruppe conservata da giorni. Gocce sconfinate, aggruppate in conseguenze fluviali. Il tergicristallo a massimo regime riusciva a darmi qualche traccia del percorso e dato che lo conoscevo e che una coppia di stop rossi mi guidava davanti non risposi all’istinto di fermarmi. Brevi tratti fatti al buio, col fragore dei tuoni a seguire la saetta che mi avrebbe colpito, ritorto le dita e carbonizzato mentre la pensavo.


Ma non avevo considerato la condensa. Sotto le gocce il vetro si era ingrigito. Sciolsi la patina con le bocchette dell’aria, regolata fredda dalle calure del giorno prima. Si schiarì. Dai cinquanta passai ai settanta all’ora. Il folle che immaginavo davanti la vettura a mandarmi secchiate contro il parabrezza si era ammansito, riteneva lo slancio, dosava il gavettone.


A cinque chilometri e dieci minuti dalla meta mi concessi di far attraversare due nordafricani, totalmente indifferenti al meteo da sembrare asciutti. Eppure cadeva ancora, non era uno stato mentale, a basso regime ma pur sempre in funzione c’era il tergicristallo, e lo sentivo nicchiare. Portavano una busta a testa, erano in tre, attraversarono verso nordovest. Avevo evitato di ripararmi dentro un bar della strada o sotto la tettoia di un cancello. In più alla sinistra della strada trovai un errore.


Mi avevano dato informazioni su un edificio che da anni mi fa supporre e immaginare le sue stanze e la vista dalle sue finestre. Quello che dico, svetta sull’intero fondale di colli e montagne azzurine, sul contorno delle palme e dei casamenti a ridosso della statale. Semplicemente quel palazzo s’impone su una distesa di costa chilometrica. E me l’avevano detto essere un albergo, il Da Luigi. Non doveva sorprendermi, soltanto mi amareggiava il mistero svelato. E quindi fui felice quando aveva quasi smesso di piovere e guardavo le buste bianche che i nordafricani facevano oscillare, perchè il mistero ritornò intatto.


Da Luigi era un gruppo di tre costruzioni basse, articolate in emiciclo e dipinte di un arancio buccia di nespola, con la piscina probabilmente. Vedevo la scritta sopra le due palme del cortile. Da Luigi: un albergo all’altezza della strada, tre stelle appurai in seguito, e non il palazzo che dicevo io. Lui veniva tra poco, molto più in alto, di tre quarti sul colle solingo, nascosto alle fondamenta da un bavaglio di chiome.


Ci sfilai di sotto forzando la capacità dei finestrini. Le persiane verdi, oblunghe da tenere un uomo in piedi, due file da tre, verde bottiglia, una sull’altra, e roggio il tetto basso. Stavo sforando di cinque minuti ma le finestre le avevo viste sempre chiuse, che sia disabitato?


Mario Sironi - Paesaggio Urbano - 1922

Come prima cosa



Come prima cosa vorrei dedicarmi alla storpiatura del mio nome.
Pier Angolo ad esempio, da dire Pierangolo.
Quelli comuni, Pier Coso,Pier Cazzo.
Uno cortese, Piermesso,
un tenero, Pierrot,
uno tristo, Pier Ferdinando
uno presto, Pier Silvio
uno a caso, Pier Landau-Blisset
Eccetera.

Il blog serve perchè mi scrivo meglio se penso di farlo per qualcuno.
Premesso, come disse, che a nessuno interessa quello che pensi e che a nessuno interessa quello che pensa nessuno.(Era cosi?)

Mario Sironi - Senza titolo (Uomo che apre la porta) - 1932