lunedì 29 agosto 2011

Dal diario di Alessio Meco, attore fuori sede - II parte


Mi gratto il collo, sono sudato e vorrei andarmene a fumare. Vado verso il leggio, soffio nei fori del microfono e dico il primo verso, poi a seguire, finisco e parte l’applauso. Vedo Ivano che parla insieme ad una signora vestita di bianco, si riesce a distinguerle la linea delle mutande, delle culotte, è anche abbronzantissima. Faccio segno a Ivano, si avvicina, dico che tra poco c’è la pausa e vorrei fumare se ha una sigaretta, ne ho bisogno.


Ma la pausa e la sigaretta non ci sono, il microfono nelle mani ha incendiato la lingua a un signore senza cravatta, sta dicendo quanti fratelli aveva e quanti sono morti, legge a tratti dei versi in dialetto da un foglio, poi spiega, dice che lui ha fatto questo e quello in quell’anno e in quel giorno – ricorda precisamente, una memoria senza fallo, ti sa dire il meteo di otto anni prima, il numero degli abeti lungo la provinciale dal 47 a oggi - e riprende a leggere dal foglio. Dai capelli mi cala fino al lobo dell’orecchio una cola di sudore, mi bagna l’orecchino di legno, cade sulla spalla della camicia, si vede un cerchio più scuro sul tessuto che in un niente scomparirà; vorrei fumare.


Su di noi Pavese aleggia, ci benedice dal muretto di casa, allarga le braccia per accoglierci, ascende alle tegole del tetto, mostra il profilo adunco. Portava una sciarpa chiara, era alto, si tormentava i capelli, non ha lasciato eredi. Il poeta solitario, il poeta ambizioso, il poeta torinese, langarolo, professore, donnaiolo, resistente, ciclista, palla elastico, bevitore di moscato, mitologico, santifico, economico.


E’ riuscito ad arrivare anche Il Professore. Beve un bicchiere professore? Dopo tocca a lei professore, dopo pranzo professore. Morale della favola si mangia nei pressi, io non pago ma Ivano deve, allora ci accomodiamo e dopo ci penseremo. Il professore è di mala voglia, accetta le foto con mezzo cenno, rigira il bastone da passeggio, dopo mangiato non va bene di parlare, gli manca il fiato, gli muore la lingua, non si esprime, Ci dispiace professore, faccia come riesce, pochi minuti, ma è tutto pronto, ci perdoni, non sa l’onore.


Un altro tavolo e platea, sono seduto dietro il leggio, mi risale il salame pepato, Il Professore è inclinato, apre appena la bocca, lo introducono altri due professori che fanno un discorso intricato, si sforzano, traducono dal latino all’italiano. Mezz’ora ciascuno per confessare l’immenso onore. Un nome tanto grande, dicono La colonna, il massimo esponente, l’insegnate, il libro di scuola, il maestro. Viene il mio momento e leggo bene, applauso meritato. Dietro di noi, da qualche parte, tirano il collo alle galline, si sentono i lamenti strazianti e il professore ci scherza sopra, si ride.


Ivano mi aspetta in macchina. Nel cortile Il Professore è seduto nel fuoristrada ed ha comprato sei cartoni di vino Farfarello, due in omaggio, sua moglie dice ad un uomo con la barba nera e bianca che lo berranno insieme. Mi pagano e ce ne andiamo. Ivano è uscito senza pagare e vuole far presto a partire. Tornando ci fermiamo al cimitero, pochi minuti, qualche refolo d’aria mi smuove i capelli, Ti sta bene il pizzetto mi dice Ivano mentre superiamo la cancellata.


La tomba del poeta è una coperchio di ferro appoggiato per terra, una lastra color ruggine con il bordo tagliato dalle lettere dell’epitaffio, è abbozzata, bugnata senza ordine come l’avessero percossa dall’interno a testate, è una protesta alla morte. Il nome e la data sono in caratteri netti, uno sotto l’altro in una casella bianca, nello spazio sotto i numeri c’è lasciata una sigaretta intonsa, messa per il lungo, sulla cartina c’è scritto Winston. Quando Ivano si allontana la prendo, la porto alle labbra e uscendo l’accendo. Guardo verso Torino e più oltre, la linea di vette azzurre come una calca di uomini curiosi che mischiano i corpi e le teste per farsi avanti. Sopra di noi, nel cielo sgombro, si è trascinata una nuvola che sembra fuori luogo.


Gianni Dova - Composizione







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