lunedì 29 agosto 2011

Dal diario di Alessio Meco, attore fuori sede - I parte





Nella chiesa collegata Sant’Agostino di Asti stanno dicendo il rosario, a parte questo c’è silenzio, poca luce. A una signora suona il telefono, è un pezzo in cima alle classifiche, il suono dapprima è attutito poi fuori dalla borsa riverbera nelle navate. La signora si ferma davanti all’altare, si solleva gli occhiali, scruta lo schermo, la suoneria va per la seconda ripetizione, allora risponde, dice pronto. E’ qualcuno che si chiama Alice, la signora va lentamente verso l’uscita, descrive chiaramente la situazione, racconta che il caldo la fa sudare, che ora esce fuori e farà più caldo, fa una risata, bagna due dita nell’acqua santa e rapidamente si segna ed esce.


Fuori c’è una piazza circolare senza ripari, l’edificio ha una facciata semplice, è di pietra castana; nel complesso la città ha un color cappuccino, una mescola tra pareti rossicce, bianche e bege. Il sole batte sul lastricato del corso e si procede in fila indiana per giovarsi delle strisce d’ombra lasciate ai lati. A passo d’uomo si va a prendere il gelato. Io sono soprappeso, faccio l’attore ma lavoro anche alla ferramenta Galimberti, e oggi, dopo colazione, mi sono rasato pelo e contropelo e mi è passato di lasciarmi mosca e pizzetto - e in tutti i finestrini delle auto in sosta ho visto che mi sta bene, che ho fatto bene.

Devo farmi trovare in Piazza del Palio tra mezz’ora, oggi ho un lavoro, mi pagano cento euro, si tratta di leggere poche cose, quasi tutte poesie. Ho il tempo per un caffè, il barista mi saluta in dialetto, ci conosciamo di vista, rispondo senza accento, non sono di qui ma vivo qui.


Ivano è in orario, ha una panda azzurra. Sull’autostrada il sole batte in lungo e in largo e le linee bianche si distinguono appena, si guarda da sotto i parasole. Ivano non si preoccupa, pensa che sia una patina d’ottone vecchio, è l’effetto di questo sole particolare sulle superfici, anche le torri e le colline sotto le torri sono di ottone vecchio. Quando ci fermiamo a fare rifornimento mi dice che lo stava pensando, dice Immagina un sassofono spianato sulla strada, come una tuta aderente - l’ha scritto in una poesia che mi ha fatto leggere giovedì scorso. E guarda in fondo, dice ancora, tutti i denti delle montagne, laggiù è blu, è fresco.


Sessantuno anni fa è morto Pavese nella stanza che aveva preso all’Hotel Roma. Dopo il ricordo dell’anniversario e la consegna dei premi del concorso devo leggere la prima poesia, c’è un leggio componibile di metallo con le giunture, è accanto ad un tavolo coperto da una tovaglia rossa. Il pubblico prende posto. Ci sono i vincitori, i parenti e gli amici, i parenti e gli amici dei professori dietro il tavolo, le prime file riservate ai delegati della regione, della provincia, dei comuni. Ognuno porterà i suoi saluti. Il presidente che mi dà le indicazioni assomiglia al pappagallo che tengono in giardino, canuto, due occhi come punti sovraccarichi d’inchiostro, una bocca becco, senza labbra e senza denti, e un corpo arcuato e risecco come le zampe del volatile, le sue tre dita unghiate, calcinose, o il paesaggio scavato di certi fianchi di collina, quelli inservibili per piantare la vigna. E’ quasi ora di alzarmi a leggere. Hanno fatto le fotografie davanti all’immagine del poeta che scrive, alcuni hanno voluto dire qualcosa altri no. I politici hanno parlato molto, confuso l’ambito e la situazione, scambiato i contesti, tenuto presente l’apparato vocale, modulato a vanvera. Siamo sul palco davanti alla platea, le sedie sono piene e le teste riparate da un padiglione di plastica bianca a tre punte. Riesco a vedere le salite che più in alto arriveranno in cima ai colli, passano tra i filari di vigna che sono disposti in tanti paralleli come una riga in mezzo praticata sopra un cranio. Ai bordi della strada fanno da siepe, ci sono anche noci, fichi, albicocchi, pochi ulivi, quasi nessuno. L’aria non si muove e la temperatura aumenta. A mezzogiorno i raggi a perpendicolo si intersecano con le vigne, latitudine e longitudine di queste parti.



Gianni Dova - '80 - Figura ambigua

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