venerdì 29 luglio 2011

Telefonismo arabo



Da un balcone di circa tre metri per uno si sporgono i componenti di una famiglia di lingua araba - dico a orecchio - impegnati in conversazioni telefoniche più o meno lunghe e agitate.


Due donne soprattutto e poi tre uomini. Mentre sotto rifanno la strada e si sparge lo strato oleoso e nerissimo dell’asfalto nuovo, non li sento, vedo soltanto i gesti. La prima donna ha le braccia frollate e i capelli raggruppati dietro la nuca, di pelle è chiara verso il giallo. L’altra ha le maniche lunghe e parla facendo perno sulla pancia che oscilla poggiata alla ringhiera. Gli uomini sono sempre in canottiera e fumano, il cuoio capelluto vicino ai sopraccigli, più o meno rughe secondo l’età che va dai quaranta e si ferma a cinquanta malandati.


Ad ora di pranzo c’è silenzio e così li sento che urlano al ricevitore. Gente lontana in posizioni precarie, esposta ai venti o bombardata parla con loro. Non si sentono, non sono tranquilli, avvengono interferenze, prende meglio a piegarsi in due, la testa sfiora il basamento della ringhiera, penzolante. Potessi tradurre verrei a sapere tutti i particolari - hanno fiducia che nessuno li capisce, quindi gridano con la massima serenità.


Quella gente lontana e precaria durante la settimana abbandona la residenza irraggiungibile e arriva, due tre macchine station wagon con i vetri di dietro pressati di bagagli, di buste. All’apertura del portabagagli assiste tutta la comunità del balcone, già in strada (in quell’occasione ancora sgangerata e con il corpo dei tombini a vista che sembra il seguito di enormi chiodi di cui per anni si è conosciuta soltanto la testa).


Gli ospiti si scambiano qualche dono ed entrano in casa per uscire sul balcone telefono all’orecchio – nelle scale c’è stata una salva di suonerie più o meno contemporanea. Si mettono allineati in cinque sei o a turni, in filo diretto con altri avamposti sempre fuori campo che si può soltanto urlare per raggiungere.


Questo modello di Samsung è fatto così, è largo e bianco, ci sono i giochi, le foto settemegapix, tutto, pochi soldi, mio padre me lo compra. Così dice il più piccolo degli arabi ai suoi amici, in italiano. Significa che sta per ascendere anche lui al balcone, i tempi sono maturi. Gli amici che sono un pancione biondo di sei anni e uno mingherlino scricciolo come l’arabo ascoltano ammirati, momento solenne, il pancione, rosso nelle guance, apre anche la bocca. Il piccolo arabo gesticola, misura tra braccia e dita il telefono come fosse un grosso pescegatto. Io passo, raccolgo la conversazione, mentre sopra, i probabili genitori, telefonano ad altre station wagon in avvicinamento.


Cammino e dopo poco si formalizza un uomo corto di statura che sorride mostrando appeso per le sue dita un esemplare sottile di Samsung bianco e scaglioso che ancora si dibatte, e l’uomo corto e contento è inquadrato nello schermo incellophanato di altro Samsung di medesima famiglia ma di altra specie, un cultivar meno sottile, nelle mani di un amico o conoscente che lo immortala.


Per scherzare, propongo a Giulio, che a quell’ora passeggia, di varare la costellazione del telefonista arabo, ma poi, quasi subito, me ne pento. Lui ha dei fianchi larghi, avanza rigido come sui trampoli, mi dice A me mi hanno aperto da qua a qua, il cuore, e adesso devo camminare. Cammina e se ne va.

Mario Sironi - 1919

martedì 26 luglio 2011

I podisti



Corrono dappertutto, ad ogni momento, i podisti.


Circunnavigano il territorio scollinando i versanti dalle zone abitate verso fuori, risalendo borghi stranieri di cui ricordano le strisce bianche della carreggiata. D’estate è il massimo del traffico, nei parchi soprattutto, e nella valle a volte si superano sullo stesso bordo di strada.

Compaiono dappertutto. Podisti.

Tap-tap, le suole gommate sull’asfalto.


Correndo si pensa a respirare, ad allargare il torace, dopo un po’, con l’allenamento, si deve poter raggiungere uno stato in cui quello che c’è intorno non conta e potenzialmente si va all’infinito, come mettere la folle, sentire una discesa e il corpo per inerzia, anche in salita.


A notte gli animali riprendono la loro zona, i gatti che hanno sonnecchiato si appostano ai ciglioni con le zampe sollevate pronti per tuffarsi nell’erba, sopra quello che hanno scovato. La civetta si dimentica dei fari e gli fa poco effetto, appollaiata sulla strada, che ti fermi la di fianco: una scultura perentoria, matriosca di basalto, il muso di lucerna. La volpe è abituale e ripara con un salto lasciandoti la punta della coda da guardare. La strada che faccio ogni notte per tornare a casa ha le sue ricorrenze.


Attento pulcino! dice Germano sul sedile passeggero. Perché scendono sulla strada? E si volta a guardare la civetta che abbiamo sorpassato.

Non deve sembragli un brutto posto, dico io.

E’ perché non sono mai state sotto una ruota, dice Germano.

Lui scrive sul telefono io alzo e abbasso i fari, passo le mani sullo sterzo. I podisti sono la stessa cosa, la ricorrenza. Cascasse il mondo devono cercare di passare sotto casa mia per la stessa ora, altrimenti è inutile. Guardo l’invasione delle piante sui lati del percorso, spesso ho provato a imitare i versi delle civette soffiando nella mano a tromba; una volta mi hanno risposto, contrappunto.

Forse c’è qualcosa da mangiare sulla strada, dico.

Cosa mangiano le civette?

Piccoli topi, piccole cose.

Ma lo sai di preciso?

No, i topi devono mangiarli però, sono abbastanza sicuro. Che ore sono?

Un quarto alle due.

Ti immagini dietro la curva troviamo un podista.

Che?

Uno che corre.

Certo, magari il figlio di Ivo, fa le maratone lo sai?

O Johnny.

Guarda la volpe!

Vista!


Ruggero Savino - Tree - 2009

lunedì 25 luglio 2011

Le nalisi




Le nalisi le ho fatte di mattino presto.


Sono entrato in una sala al primo piano dell’ospedale, la Sala Nalisi, che al sole delle otto appariva sgranata: la pelle formicola dal sonno e dopo colazione, dopo il prelievo vado a dormire. C’è la coda, l’impegnativa, chiamano il numero.


Mi siedo o sto in piedi. Le sedute hanno tra loro un pianale bianco dove si siedono ugualmente, un pianale bianco senza schienale che ho sempre pensato come un confine su cui poggiare le bottiglie. Il pavimento è color stracciatella.


Capoferri, Di Francesco, Giansante, Pintos – è spagnola questa? -, Gabrielli, Capecchi. Entro nell’anticamera a vista delle stanze dell’ago e della fiala, del sangue nero.

Riparato nell’uscio di un bagnetto c’è un carrellino vivande con sopra i vasetti delle urine etichettati. Le urine? Togli il vasetto dalla scatola e lo porgi, applica il tagliando, deposita sul carrello. Si aspetta spalle al muro. L’infermiere napoletano al momento del buco ti racconta una cosa, così non ci pensi. Mio zio lo chiamarono Antonio per quello di Paola non di Padova – Paola, c’è la stazione a Paola- da piccolo sono stato al santuario, in Calabria, è famosissimo – e si riempiva la terza provetta, sangue nero. Fuori un vecchietto è al centro della sala e di viso assomiglia a Cossiga, è rimasto leggermente in piega come un tendine sfibrato, dalla polo nera escono le braccia che sono maculate, strofinate, innervate, una vite marcita, scortecciata, ma battono la spalla al vicino e gli raccontano che la moglie non cammina più, la poveretta.


Al tiket fanno cinquanta euro perché la regione sblocca l’aumento tra un mese, o anche meno, poi aggiungeremo dieci, è la manovra. A mordere il cornetto intriso mi cola il cappuccino sulla camicia lavata di recente e ci lascia una macchia a forma di Sicilia.


Il cerotto attorno al gomito a piegare il braccio si è allentato e sul batuffolo sono rimasti due punti rossi. Come Sansone strizzo il muscolo, finché il nastro entra in tensione e si strappa di colpo.


Giuseppe Santomaso - Paesaggio verde - 1953

mercoledì 20 luglio 2011

I turisti






La canicola del giorno allenta verso le sette di sera e a quel punto nel golfo di case al centro del paese si spalancavano le persiane rosse del palazzo di fondo - più che rosse del viola dell’uva, stinte dalla luce. Seguivano poi le finestre dagli infissi più nuovi.


Le case costituivano una muraglia che alla fine della salita si allargava in un occhiello d’asfalto e dall’arco d’ingresso, più sotto, cominciava da uno stretto corridoio. Erano case alte almeno tre piani, dalle pareti svasate come torrioni, dipinte di rosa tenue, bianco, o lasciate a mattoni.



Su una ringhiera venne a stendere una donna. Uscì dall’ombra della camera e spiegò un asciugamano da mare su cui stavano cucite le teste di quattro grossi girasoli. Indossava un vestito bianco, quasi una camicia da notte, e i suoi capelli bagnati scendevano a perpendicolo in fili separati e pesanti.


Risollevata arrivò al bordo dell’intelaiatura con la testa e le si videro il viso e gli occhi chinati sul cestino delle mollette. Aveva l’abbronzatura inoltrata delle pelli chiare e i capelli biondo scuro: gli zigomi alti e la tensione dello sguardo, quando lo girò intorno, facevano pensare a un apollo femmina, cosa mai vista nei mesi invernali.

Si era appena lavata sotto la doccia e le creme emollienti le avevano smorzato il rossore del sole. Sulle braccia la pelle mostrò le tensioni dei muscoli esercitati dall’aerobica e due mollette verdi pinzarono il tessuto alla sbarra della ringhiera. Ritornata nell’ombra dell’interno lasciò come un'impressione, un profumo balsamico.


Renato Guttuso - Nudo -

lunedì 18 luglio 2011

Pietro





Di Pietro ho scritto in un articolo un anno fa esatto ed era d’estate come adesso.


Dicevo che ha il fisico di un corazziere, e così è.

L’ho visto dietro casa sua vicino ad una testa di gesso che per il sole sembrava l’avorio. L’ho chiamato e mi ha fatto cenno di entrare dal davanti.


Si lamenta solo delle zanzare che trovano il modo di pungerlo attraverso la camicia e i pantaloni. Sei smagrito, gli dico, Sarà per il colore delle mani, dice, e me le mostra: sono lunghe, le dita tornite, imbiancate dal lavoro, il cerchietto della fede percorso di luce.


Lo pungono in testa, il cappello di paglia strappato lo porta per quello ma non serve poi molto. Ci mettiamo nell’angolo d’ombra, il cappello lo mette ad una statuetta che ha sul tavolo, un Frenk Zappa, ci cala sopra e quella sparisce.


Guardiamo la scultura nuova, il papa polacco messo in cima a una colonna di granito, ad altezza d’uomo. Ha colto un’ espressione del santo in modo che ti guardi, quasi a sorridere ma non ancora, un misto di tenerezza. Mi ci metto di fronte e sento che potrebbe arrivarmi una mano sulla spalla e a guardarci di trovarmela posata lì, un pollice di gesso nella clavicola. Sembra che ti incontri, gli dico. Immaginalo di bronzo, fa lui.


Beviamo acqua tonica seduti su delle seggiole da giardino. Viene il momento di schiudere il calco poggiato sul tavolo. Pietro rivolta le chiusure, rimuove il fil di ferro e fa forza lungo le giunture dell’incubatore finché delle crosticine seccate cadono a terra. Dentro c’è la guaina di silicone - la formina vera e propria - giallo cera, che ha la faccia esterna riempita di ditate, come fosse un collage di chewingum appiccicati.

Ancora malleabile, quella specie di gomma è stata schiacciata dai pollici sui connotati del primo modello d’argilla e ora li riproduce sull’impasto di gesso che la riempie.


Pietro libera il nuovo stampo, lima con l’unghia le imperfezioni e lo aggiunge agli altri che si asciugano al sole nel prato, su di un ceppo. Un altro Zappa è fatto, di color sabbia bagnata che presto si farà bianco come il papa in colonna.


Ai bambini bisognerebbe far vedere queste cose e non le pirlate, dice Pietro rimettendosi seduto. Ha dei baffetti bianchi sotto il naso che è lungo e all’ingiù. Mi piacciono le storie degli esploratori e quelle della vita dei grandi uomini, da piccolo avevo un libro che leggevo sempre, adesso mi piace Messner che scala gli ottomila senza bombole d’ossigeno né niente, senza rompere le palle alla montagna come quelli che ogni metro piantano un chiodo e lasciano l’immondizia in giro, dice Pietro e aggiunge che non legge molto, che adesso a prendere un libro in mano si addormenta e che comunque non ha tempo.


La sua camicia s’è bagnata sotto le ascelle ma dice che il caldo non gli disturba, ora finisce i busti che deve fare e fatti quelli penserà a qualcosa di nuovo da plasmare nell’argilla, gli piacerebbe un volto di donna, un busto, magari un nudo - Ma da queste parti dove la trovi una modella? - comunque mi chiama quando inizia.


Marcello Mascherini - Il falciatore - 1928

mercoledì 13 luglio 2011

Don Matteo



D’estate, intorno all’ora di pranzo, c’è Don Matteo.


Due delle tre televisioni che abbiamo in casa lo seguono e l’altra è spenta. Seduto a tavola, lo sento alle spalle e lo vedo di fronte.


E’ forte Don Matteo. Arriva in bicicletta e motocicletta, indossa il giaccone di pelle nero e il basco, la tonaca gli svolazza dietro la sella. Arriva sempre in discesa.


Capisce Don Matteo, gli stati d’animo, con l’occhio azzurro ti confessa appena ti guarda. Diocesi di Perugia, parrocchia Città della Pieve. E’ un dritto Don Matteo, sensibile, sa andare a cavallo, fa il soffritto, restaura i portoni. In canonica ha sul tavolo l’incerata e una coppia maschio e femmina di perpetui, poco alti, bruttini e simpatici, forse sposati, però niente figli.


Risolve i casi criminali. In caserma è amico di Nino Frassica che gli racconta i particolari mentre il maresciallo, d’accento romano, è un po’ invidioso ma brava persona.


Alla fine quando parla viene il sottofondo di violini. La voce è come il brodo in crosta di pane, che anche d’inverno mantiene il tiepido, sopra e sotto, e ti conquista, ti stende. Ti battezza di brodo. Ti cosparge il capo di crosta di pane. Non si mescola Don Matteo, è sempre quello.


E’ il migliore Don Matteo. Le suore sono sempre una bella e una grassa, quella grassa fa ridere ma è in gamba, più sensibile quella bella che gli parla controluce, da santa.


Verso la notte succede un litigio, e uno butta di sotto il fratello – le discussioni succedono vicino ai bordi, vicino ai dislivelli - ma non la fanno a Don Matteo.


Come fa Don Matteo? Che pensa Don Matteo? Alla mano Don Matteo. Bello Don Matteo. Ogni puntata in continuazione Don Matteo.


Il mistero dei cavalli. Il finto frate. Il figlio allo sbando. La droga terribile. A un tratto è tutto chiaro, succede per caso, se lo dicono in piazza, si complimenta l’appuntato, piccolo sorriso del maresciallo e tempestivi dopo la confessione a ritirare il colpevole, quello giusto, vero Don Matteo? Fa di sì Don Matteo.


E’ biondo con gli occhi aperti, ti fa arrestare ma non ti giudica, e sa fare le battute. Don Matteo.


Giorgio De Chirico - Le muse inquietanti - 1975

venerdì 1 luglio 2011

La trappola



Il testaferro mi aveva fatto perdere tempo, col suo volare sbalestrato che finì al di sopra della grondaia.


Sulla terrazza si era annunciato nel vibrare ossessivo delle ali - vietato l’agguato - cozzando i vasi senza timone. Seguendolo lo vidi sparire dentro il foro di una mezza canna, che stava legata con altre a fare un mobile da tavola. Bastava chiudere i due fori del segmento : s’era andato a intrappolare.


Li chiusi con un libro e un quaderno e sollevai le canne allacciate pigiando ai lati, attento alla convergenza. Lo credevo un pallettone di fucile che a scoprirgli il varco m’avrebbe trapassato l’occhio. Rimasi così con la trappola sollevata senza sapere che fare. Mummificarlo? Sostituire le chiusure con lo scoctch e aspettare, solo io a sapere del segreto mentre l’ospite ciccava nel posacenere appoggiato alla canna-sepolcro. Mi sarei ricordato a distanza di anni notando le dentellature del nastro in un momento di svago, con l’accappatoio indosso. Allora l’avrei rimosso e avrei esposto l’esemplare classificato, ormai innocuo.


Aggiungo che in seguito l’avrei gettato a causa di un pensiero notturno. Un pensiero ai suoi occhi nella corazza, due punte di spillo rosse come i led del televisore, e al ritorno in una vita da proiettile pazzo. Da sveglio lo avrei visto riprendere il volo, stavolta dritto, a capofitto verso la meta. Il giorno dopo mi sarei svegliato senza badarci e in un attimo, mentre facevo altro, una divagazione, una spinta, e dalla mensola alla carta accartocciata al secchio sulla strada.


Senza contare che mia madre avrebbe potuto liberarlo prima, inavvertitamente; cosicché un giorno qualsiasi un urlo dalla terrazza e mia madre sulla coscienza. E io sporgendomi sulla ringhiera con la pantofola in mano, a guardare il corazzato che fuggiva sballando le traiettorie, gliel’avrei tirata appresso.


Allora lo liberai, lasciai i monconi di canne sul pavimento, le scossi con la punta, le battei contro il parapetto. Guardai dentro chiudendo un occhio. Il tempo di pensare Ho sbagliato e torna il ronzio, e sprizza fuori il bossolo nero con le zampette pendule di dietro.


Carlo Carrà - Il figlio del costruttore - 1931

Il ritorno del palazzo misterioso


Avevo mezz’ora per non far tardi all’appuntamento e non mi aspettavo il temporale.


Ho dovuto rallentare, il cielo si è scurito e al primo semaforo l’aria aveva preso un colorito torbido, di sabbia bagnata. Vedevo gli edifici ai due lati della strada come biscotti intingersi nel caffellatte. La pioggia eruppe conservata da giorni. Gocce sconfinate, aggruppate in conseguenze fluviali. Il tergicristallo a massimo regime riusciva a darmi qualche traccia del percorso e dato che lo conoscevo e che una coppia di stop rossi mi guidava davanti non risposi all’istinto di fermarmi. Brevi tratti fatti al buio, col fragore dei tuoni a seguire la saetta che mi avrebbe colpito, ritorto le dita e carbonizzato mentre la pensavo.


Ma non avevo considerato la condensa. Sotto le gocce il vetro si era ingrigito. Sciolsi la patina con le bocchette dell’aria, regolata fredda dalle calure del giorno prima. Si schiarì. Dai cinquanta passai ai settanta all’ora. Il folle che immaginavo davanti la vettura a mandarmi secchiate contro il parabrezza si era ammansito, riteneva lo slancio, dosava il gavettone.


A cinque chilometri e dieci minuti dalla meta mi concessi di far attraversare due nordafricani, totalmente indifferenti al meteo da sembrare asciutti. Eppure cadeva ancora, non era uno stato mentale, a basso regime ma pur sempre in funzione c’era il tergicristallo, e lo sentivo nicchiare. Portavano una busta a testa, erano in tre, attraversarono verso nordovest. Avevo evitato di ripararmi dentro un bar della strada o sotto la tettoia di un cancello. In più alla sinistra della strada trovai un errore.


Mi avevano dato informazioni su un edificio che da anni mi fa supporre e immaginare le sue stanze e la vista dalle sue finestre. Quello che dico, svetta sull’intero fondale di colli e montagne azzurine, sul contorno delle palme e dei casamenti a ridosso della statale. Semplicemente quel palazzo s’impone su una distesa di costa chilometrica. E me l’avevano detto essere un albergo, il Da Luigi. Non doveva sorprendermi, soltanto mi amareggiava il mistero svelato. E quindi fui felice quando aveva quasi smesso di piovere e guardavo le buste bianche che i nordafricani facevano oscillare, perchè il mistero ritornò intatto.


Da Luigi era un gruppo di tre costruzioni basse, articolate in emiciclo e dipinte di un arancio buccia di nespola, con la piscina probabilmente. Vedevo la scritta sopra le due palme del cortile. Da Luigi: un albergo all’altezza della strada, tre stelle appurai in seguito, e non il palazzo che dicevo io. Lui veniva tra poco, molto più in alto, di tre quarti sul colle solingo, nascosto alle fondamenta da un bavaglio di chiome.


Ci sfilai di sotto forzando la capacità dei finestrini. Le persiane verdi, oblunghe da tenere un uomo in piedi, due file da tre, verde bottiglia, una sull’altra, e roggio il tetto basso. Stavo sforando di cinque minuti ma le finestre le avevo viste sempre chiuse, che sia disabitato?


Mario Sironi - Paesaggio Urbano - 1922

Come prima cosa



Come prima cosa vorrei dedicarmi alla storpiatura del mio nome.
Pier Angolo ad esempio, da dire Pierangolo.
Quelli comuni, Pier Coso,Pier Cazzo.
Uno cortese, Piermesso,
un tenero, Pierrot,
uno tristo, Pier Ferdinando
uno presto, Pier Silvio
uno a caso, Pier Landau-Blisset
Eccetera.

Il blog serve perchè mi scrivo meglio se penso di farlo per qualcuno.
Premesso, come disse, che a nessuno interessa quello che pensi e che a nessuno interessa quello che pensa nessuno.(Era cosi?)

Mario Sironi - Senza titolo (Uomo che apre la porta) - 1932