
Da un balcone di circa tre metri per uno si sporgono i componenti di una famiglia di lingua araba - dico a orecchio - impegnati in conversazioni telefoniche più o meno lunghe e agitate.
Due donne soprattutto e poi tre uomini. Mentre sotto rifanno la strada e si sparge lo strato oleoso e nerissimo dell’asfalto nuovo, non li sento, vedo soltanto i gesti. La prima donna ha le braccia frollate e i capelli raggruppati dietro la nuca, di pelle è chiara verso il giallo. L’altra ha le maniche lunghe e parla facendo perno sulla pancia che oscilla poggiata alla ringhiera. Gli uomini sono sempre in canottiera e fumano, il cuoio capelluto vicino ai sopraccigli, più o meno rughe secondo l’età che va dai quaranta e si ferma a cinquanta malandati.
Ad ora di pranzo c’è silenzio e così li sento che urlano al ricevitore. Gente lontana in posizioni precarie, esposta ai venti o bombardata parla con loro. Non si sentono, non sono tranquilli, avvengono interferenze, prende meglio a piegarsi in due, la testa sfiora il basamento della ringhiera, penzolante. Potessi tradurre verrei a sapere tutti i particolari - hanno fiducia che nessuno li capisce, quindi gridano con la massima serenità.
Quella gente lontana e precaria durante la settimana abbandona la residenza irraggiungibile e arriva, due tre macchine station wagon con i vetri di dietro pressati di bagagli, di buste. All’apertura del portabagagli assiste tutta la comunità del balcone, già in strada (in quell’occasione ancora sgangerata e con il corpo dei tombini a vista che sembra il seguito di enormi chiodi di cui per anni si è conosciuta soltanto la testa).
Gli ospiti si scambiano qualche dono ed entrano in casa per uscire sul balcone telefono all’orecchio – nelle scale c’è stata una salva di suonerie più o meno contemporanea. Si mettono allineati in cinque sei o a turni, in filo diretto con altri avamposti sempre fuori campo che si può soltanto urlare per raggiungere.
Questo modello di Samsung è fatto così, è largo e bianco, ci sono i giochi, le foto settemegapix, tutto, pochi soldi, mio padre me lo compra. Così dice il più piccolo degli arabi ai suoi amici, in italiano. Significa che sta per ascendere anche lui al balcone, i tempi sono maturi. Gli amici che sono un pancione biondo di sei anni e uno mingherlino scricciolo come l’arabo ascoltano ammirati, momento solenne, il pancione, rosso nelle guance, apre anche la bocca. Il piccolo arabo gesticola, misura tra braccia e dita il telefono come fosse un grosso pescegatto. Io passo, raccolgo la conversazione, mentre sopra, i probabili genitori, telefonano ad altre station wagon in avvicinamento.
Cammino e dopo poco si formalizza un uomo corto di statura che sorride mostrando appeso per le sue dita un esemplare sottile di Samsung bianco e scaglioso che ancora si dibatte, e l’uomo corto e contento è inquadrato nello schermo incellophanato di altro Samsung di medesima famiglia ma di altra specie, un cultivar meno sottile, nelle mani di un amico o conoscente che lo immortala.
Per scherzare, propongo a Giulio, che a quell’ora passeggia, di varare la costellazione del telefonista arabo, ma poi, quasi subito, me ne pento. Lui ha dei fianchi larghi, avanza rigido come sui trampoli, mi dice A me mi hanno aperto da qua a qua, il cuore, e adesso devo camminare. Cammina e se ne va.
Mario Sironi - 1919







