martedì 6 settembre 2011

La voce degli uccelli






Le tortore prendono possesso del centro storico e te ne rendi conto di domenica, tra l’una e le tre.


Quando volano si vedono le penne della coda che si staccano una dall’altra come le dita di una mano o i denti di un rastrello.


Stando seduto di pomeriggio si distingue un verso lugubre che pressappoco fa cu-cu-cuu, e non è un grugare di piccione, ma fa pensare a uno strumento cavo, al soffio che passa in un tunnel. Sembra un presentimento sinistro, la voce di uno spione nascosto che ti fa sentire la sua presenza, ti osserva e continua a chiederti Chi sei tu? Chi sei tu?


Pensavo all’upupa o al cuculo, il cuculo verso l’estate non fa più il richiamo famoso dell’orologio ma qualcosa di diverso. Pensavo a quello, che poteva essere lui, nascosto tra le foglie. Da anni lo ascolto e non ho dubbi, è l’upupa ma da poco ho deciso, è il cuculo.


Oggi quando sono uscito di casa ho guardato bene nella tasca dello zaino, dovevo avere tutte le chiavi che mi servivano. Il cielo era di un grigio fumoso e conservava comprimendolo a terra un immobile calore. Faticavo a camminare, il viso si scaldava e volevo bagnarlo appena arrivato alla fontana. Da un albero è volata su un’antenna una tortora inseguita da un'altra. I due uccelli si sono posati vicini e uno di loro ha iniziato il verso, ed era quel verso, cu-cu-cuu. Tentennava il collo verso terra nei primi due suoni e si rialzava di scatto, col becco in alto, per calcare l’ultima parte, come un singulto. Erano tre colpi di un cerimoniale, un terzo tempo, passo passo e stacco. Una tortora che vuole accoppiarsi.


A settembre le tortore vanno in amore, ecco la verità.


Giorgio Morandi - Natura morta - 1960

venerdì 2 settembre 2011

Settantasei euro, 00



Fece il saluto marziale dal finestrino, disse Patente, libretto di circolazione e, se in possesso, certificato per guida senza cintura, e si risollevò lasciando una mano sulla guaina dei vetri, ad aspettare.


Deposi patente e libretto nella mano del vigile e pensai alla professionalità lievemente ironica con cui mi aveva anticipato la multa per guida senza cintura. Un metodo che aveva messo insieme di fronte ai tentativi di attaccar bottone degli automobilisti, pensai.

Non c’era possibilità di aggiungere altro, di stemperare, di impietosire o accanirsi.


La multa stava arrivando: avevo di fronte una superficie levigata, dal pizzetto stilizzato, un viso divisibile in sezioni di carne ispida e infiammata, gli occhi accennati nella sfumatura degli occhiali a goccia. Pensai di dire che ero giovane, che stavo tornando a casa, che abitavo dietro la curva, che possedevo un certificato ma che l’avevo da un'altra parte e da quella carta rilasciata dal mio medico veniva il divieto, tassativo, di indossare la cintura poiché comprimente la zona toracica di cui io, Alfredo Cellini, risentivo a causa di una – e qui un nome di malattia oscuro e convincente – che si acuiva sotto pressione e nelle posizioni scorrette, trattandosi, in definitiva, di una malformazione ossea congenita – cosicché il seggiolino da viaggio della mia infanzia era stato sprovvisto di cinture al busto e mi dovevano tenere per le braccia e i polsi due bande di tessuto elastico -. Rilascio certificato di nessuna cinta: firmato dottor tal dei tali, eccetera eccetera.

La sorpresa si sarebbe manifestata nelle profondità del vigile generando un impercettibile grappolo gassoso che avrebbe risalito lo stomaco amaricandogli la lingua.

Appoggiato alla sella della motocicletta, ricopiava i dati dei documenti nel verbale in carta bicolore; gli andai vicino con l’intento di dare sfogo ad una minima protesta ma sentivo soltanto l’ineluttabilità dell’evento per mezzo del caldo piatto del primo pomeriggio.

Vuole aggiungere qualcosa? chiese a un certo punto il vigile. E che devo aggiungere? E’ suo diritto, sono tenuto a chiederglielo…ma non c’è niente da aggiungere. Che si aggiunge di solito? domandai. Che uno è appena uscito, che ha sempre messo la cintura…comunque non serve a niente.


Il vigile indica con la punta della penna lo spazio della firma e mi lascia il posto. Quindi è inutile che dichiaro qualcosa, dico. E devo pagare settantasei euro di multa? Ma non si paga meno se li do subito? No, risponde il vigile. Penso delle bestemmie, poi chiedo qualche minuto per scrivere nervosamente e con qualche tono populista quanto segue.


“Trovo questa legge ridicola come quella del casco, soprattutto a tali prezzi. Lo Stato non mi può imporre la sua paternale, mi ammazzo quando mi pare. Dopo tutti i soldi che chiedete a chi lavora ci dobbiamo aggiungere le multe, e pago l’infrazione delle cinture di sicurezza in un comune con la viabilità di Nairobi(che se non lo sapete è un enorme casino), in cui le macchine sono una sull’altra e la mentalità stradale è quella dei Flistone.”


Indossavo una camicia bianca e spiegazzata che si andava bagnando di sudore sul collo. Staccai la mia copia di carta velina bluettè, chiusi il verbale e lo porsi al vigile che disse E’ suo diritto dichiarare come è mio diritto farle la multa, è il mio lavoro. E rifece il saluto militare con l’effetto di un frontino improvviso.


Ancora bestemmiando in silenzio, io, che non ero mai stato a Nairobi, tornai verso l’auto; avrei voluto scrivere anche che il vigile era un orango schifoso o che la cintura in realtà la portavo anche se non era vero. Per il tragitto ripensai alle mie frasi trovandole inadeguate, rifeci più volte l’incontro del vigile e sempre mi veniva qualcosa di meglio da dire o scrivere. Alle quattro del pomeriggio dissi a mio padre della multa e raccontai le circostanze ingiuste dell’evento.


Umberto Boccioni - L'automobile - 1904