mercoledì 2 novembre 2011

Bagno a settembre





Sotto i piedi sentiva i sassi e faceva fatica a camminare, la spiaggia dove va di solito è di rena fina, è un problema che si surriscaldi a mezzogiorno e per il resto piacevole.


I sassi facevano però l’acqua meno torbida: i passi e il granchio che scappa non alzano polverio dal fondo e riusciva a vedersi le gambe, la cavigliera colorata - nell’acqua verde erano macchie chiare striate dai riflessi. Dritto vedeva la cinta di scogli interrotta nel mezzo da un varco che misurava da lì, tra indice e pollice, un cinque centimetri circa.


Apriva l’acqua a ginocchiate, teneva la testa fuori e faceva un saltello quando scorreva una piccola onda, poi tendeva le caviglie, inarcava i piedi e sentiva il fondale, i sassi. Poteva arrivare agli scogli, poteva, nuotando senza fretta, arrivare e sdraiarsi, aspettare il tramonto, riposare. Guardò attorno: non c’erano imbarcazioni né deltaplani, nessun bagnante, nessuno.

Si distese a testa sotto e iniziò a contare ogni tre bracciate un respiro.


Avanzò, andava di buona lena, ma un inceppo, l’acqua salata che entra nelle narici e lui che torna verticale e non tocca, le gambe sforbiciano, ha i muscoli delle spalle indolenziti e spinge a cercare il fondo fino a che le piante ritrovano i sassi e si ferma con l’acqua al collo.

Gli scogli distavano ancora, l’orizzonte s’arrossava. Si tirò indietro i capelli e stropicciò gli occhi. Il respiro tornava regolare.


E l’acqua, notò che l’acqua si era scurita e le mani e il movimento dei piedi gli erano nascosti. Guardò la riva. Si mosse, poi prese slancio, si tuffò e sbracciò con foga. Più in là si rimise in piedi dilatando le narici.

Avvertiva lo spazio sommerso comprimersi, riempirsi, percezioni elettriche nell’acqua, sotto di sé qualcosa che si organizzava. Aveva in mente la pancia bianca del pesce, di uno squalo che non poteva succedere ma più avanti, indirizzando il muso al suo asciugamano abbandonato, avrebbe raschiato sul fondo, triturato carne e sassi, ma non era.


Spostò le punte, guadagnò dei centimetri, un metro, poi rimase impastato.

L’acqua si era coagulata e lui era una testa emersa nel mare nero, minuscola, e, ritorto come un punto interrogativo, sollevato a fargli ombra, un animale. I contorni della forma sfuggivano, vedeva spostamenti come polpe di cellule che scattavano sottopelle: una parte del corpo affiorata, chissà quanta nascosta nel mare, confusa col mare. A vederli dalla strada, testa a testa tra la spiaggia e gli scogli, avrebbero cercato il cellulare, telefonato con urgenza, ma no. In qualche modo continuava la marea e dentro l’acqua sarebbe venuto il contatto.


Salì un trambusto liquido che si fece scroscio e poi, concentrandosi, una goccia dal rubinetto, tac, tac, non sentiva altro. La forma nera si asciugava, lui e l’animale erano lì di fronte, fermi, forse si guardavano, tac, tac, era già sera, settembre, le giornate si accorciavano.


Pensò di protestare, che c’era un errore. Lo studiava, aspettava, lo aspettava. Da lontano il petto e la testa minuscoli, l’animale materializzato, enorme.

La strada, la sabbia, il mare. Lui provò una strana confidenza e l’intimità di un incidente. tac.


Emilio Scanavino - Le voci del silenzio -


sabato 22 ottobre 2011

Ancora uccelli






I gabbiani che sorvolano questo tratto di costa a guardarli bene non sono tutti uguali, e per ora la differenza è nel colore della testa e, certo, nelle dimensioni.

C’è un tipo che dev’essere quello comune, ha il becco giallo e la testa scura che sembra riparata da una cuffia d’aviatore; alzandosi in volo la incassa nelle ali e si accomoda ad amministrare le correnti, le traversate.

Ne è calato uno più chiaro a rovistare tra gli sterpi ammonticchiati dal mare, sulla rena bagnata. Ha il piumaggio grigio e bianco, l’apertura alare che supera il metro.

Sul Po’ iniziai a teorizzare l’esistenza di una specie di gabbiano senza collo. Feci notare a Carlo gli esemplari sparsi sulle morene. Vedi, dissi, quelli hanno qualche centimetro di collo, agli altri invece manca: gli spuntano gli occhi e il becco da un moncone del busto, un pomello.

Carlo strizzò gli occhi e la prese per buona, commentò che la luce poteva essere perfetta per una foto del fiume, compresi i palazzi in fondo e il pennone della mole. Prima di lasciare il ponte disse che se ci facevo caso quelli con il collo erano gli stessi che non l’avevano, era la postura dell’animale a cambiare: nel momento in cui toccano terra e si posano ricompare il collo. Era così, un branco viene giù su un isolotto ed eccoli che smettono la forma di siluro e tirano fuori un ansa di collo come un manico d’anfora.

Quella notte sognai Torino sommersa dall’acqua e Carlo che scendeva da un sottomarino in Piazza Vittorio.


Francesco Rossini, La spiaggia, Ancona, 1986

martedì 6 settembre 2011

La voce degli uccelli






Le tortore prendono possesso del centro storico e te ne rendi conto di domenica, tra l’una e le tre.


Quando volano si vedono le penne della coda che si staccano una dall’altra come le dita di una mano o i denti di un rastrello.


Stando seduto di pomeriggio si distingue un verso lugubre che pressappoco fa cu-cu-cuu, e non è un grugare di piccione, ma fa pensare a uno strumento cavo, al soffio che passa in un tunnel. Sembra un presentimento sinistro, la voce di uno spione nascosto che ti fa sentire la sua presenza, ti osserva e continua a chiederti Chi sei tu? Chi sei tu?


Pensavo all’upupa o al cuculo, il cuculo verso l’estate non fa più il richiamo famoso dell’orologio ma qualcosa di diverso. Pensavo a quello, che poteva essere lui, nascosto tra le foglie. Da anni lo ascolto e non ho dubbi, è l’upupa ma da poco ho deciso, è il cuculo.


Oggi quando sono uscito di casa ho guardato bene nella tasca dello zaino, dovevo avere tutte le chiavi che mi servivano. Il cielo era di un grigio fumoso e conservava comprimendolo a terra un immobile calore. Faticavo a camminare, il viso si scaldava e volevo bagnarlo appena arrivato alla fontana. Da un albero è volata su un’antenna una tortora inseguita da un'altra. I due uccelli si sono posati vicini e uno di loro ha iniziato il verso, ed era quel verso, cu-cu-cuu. Tentennava il collo verso terra nei primi due suoni e si rialzava di scatto, col becco in alto, per calcare l’ultima parte, come un singulto. Erano tre colpi di un cerimoniale, un terzo tempo, passo passo e stacco. Una tortora che vuole accoppiarsi.


A settembre le tortore vanno in amore, ecco la verità.


Giorgio Morandi - Natura morta - 1960

venerdì 2 settembre 2011

Settantasei euro, 00



Fece il saluto marziale dal finestrino, disse Patente, libretto di circolazione e, se in possesso, certificato per guida senza cintura, e si risollevò lasciando una mano sulla guaina dei vetri, ad aspettare.


Deposi patente e libretto nella mano del vigile e pensai alla professionalità lievemente ironica con cui mi aveva anticipato la multa per guida senza cintura. Un metodo che aveva messo insieme di fronte ai tentativi di attaccar bottone degli automobilisti, pensai.

Non c’era possibilità di aggiungere altro, di stemperare, di impietosire o accanirsi.


La multa stava arrivando: avevo di fronte una superficie levigata, dal pizzetto stilizzato, un viso divisibile in sezioni di carne ispida e infiammata, gli occhi accennati nella sfumatura degli occhiali a goccia. Pensai di dire che ero giovane, che stavo tornando a casa, che abitavo dietro la curva, che possedevo un certificato ma che l’avevo da un'altra parte e da quella carta rilasciata dal mio medico veniva il divieto, tassativo, di indossare la cintura poiché comprimente la zona toracica di cui io, Alfredo Cellini, risentivo a causa di una – e qui un nome di malattia oscuro e convincente – che si acuiva sotto pressione e nelle posizioni scorrette, trattandosi, in definitiva, di una malformazione ossea congenita – cosicché il seggiolino da viaggio della mia infanzia era stato sprovvisto di cinture al busto e mi dovevano tenere per le braccia e i polsi due bande di tessuto elastico -. Rilascio certificato di nessuna cinta: firmato dottor tal dei tali, eccetera eccetera.

La sorpresa si sarebbe manifestata nelle profondità del vigile generando un impercettibile grappolo gassoso che avrebbe risalito lo stomaco amaricandogli la lingua.

Appoggiato alla sella della motocicletta, ricopiava i dati dei documenti nel verbale in carta bicolore; gli andai vicino con l’intento di dare sfogo ad una minima protesta ma sentivo soltanto l’ineluttabilità dell’evento per mezzo del caldo piatto del primo pomeriggio.

Vuole aggiungere qualcosa? chiese a un certo punto il vigile. E che devo aggiungere? E’ suo diritto, sono tenuto a chiederglielo…ma non c’è niente da aggiungere. Che si aggiunge di solito? domandai. Che uno è appena uscito, che ha sempre messo la cintura…comunque non serve a niente.


Il vigile indica con la punta della penna lo spazio della firma e mi lascia il posto. Quindi è inutile che dichiaro qualcosa, dico. E devo pagare settantasei euro di multa? Ma non si paga meno se li do subito? No, risponde il vigile. Penso delle bestemmie, poi chiedo qualche minuto per scrivere nervosamente e con qualche tono populista quanto segue.


“Trovo questa legge ridicola come quella del casco, soprattutto a tali prezzi. Lo Stato non mi può imporre la sua paternale, mi ammazzo quando mi pare. Dopo tutti i soldi che chiedete a chi lavora ci dobbiamo aggiungere le multe, e pago l’infrazione delle cinture di sicurezza in un comune con la viabilità di Nairobi(che se non lo sapete è un enorme casino), in cui le macchine sono una sull’altra e la mentalità stradale è quella dei Flistone.”


Indossavo una camicia bianca e spiegazzata che si andava bagnando di sudore sul collo. Staccai la mia copia di carta velina bluettè, chiusi il verbale e lo porsi al vigile che disse E’ suo diritto dichiarare come è mio diritto farle la multa, è il mio lavoro. E rifece il saluto militare con l’effetto di un frontino improvviso.


Ancora bestemmiando in silenzio, io, che non ero mai stato a Nairobi, tornai verso l’auto; avrei voluto scrivere anche che il vigile era un orango schifoso o che la cintura in realtà la portavo anche se non era vero. Per il tragitto ripensai alle mie frasi trovandole inadeguate, rifeci più volte l’incontro del vigile e sempre mi veniva qualcosa di meglio da dire o scrivere. Alle quattro del pomeriggio dissi a mio padre della multa e raccontai le circostanze ingiuste dell’evento.


Umberto Boccioni - L'automobile - 1904



lunedì 29 agosto 2011

Dal diario di Alessio Meco, attore fuori sede - II parte


Mi gratto il collo, sono sudato e vorrei andarmene a fumare. Vado verso il leggio, soffio nei fori del microfono e dico il primo verso, poi a seguire, finisco e parte l’applauso. Vedo Ivano che parla insieme ad una signora vestita di bianco, si riesce a distinguerle la linea delle mutande, delle culotte, è anche abbronzantissima. Faccio segno a Ivano, si avvicina, dico che tra poco c’è la pausa e vorrei fumare se ha una sigaretta, ne ho bisogno.


Ma la pausa e la sigaretta non ci sono, il microfono nelle mani ha incendiato la lingua a un signore senza cravatta, sta dicendo quanti fratelli aveva e quanti sono morti, legge a tratti dei versi in dialetto da un foglio, poi spiega, dice che lui ha fatto questo e quello in quell’anno e in quel giorno – ricorda precisamente, una memoria senza fallo, ti sa dire il meteo di otto anni prima, il numero degli abeti lungo la provinciale dal 47 a oggi - e riprende a leggere dal foglio. Dai capelli mi cala fino al lobo dell’orecchio una cola di sudore, mi bagna l’orecchino di legno, cade sulla spalla della camicia, si vede un cerchio più scuro sul tessuto che in un niente scomparirà; vorrei fumare.


Su di noi Pavese aleggia, ci benedice dal muretto di casa, allarga le braccia per accoglierci, ascende alle tegole del tetto, mostra il profilo adunco. Portava una sciarpa chiara, era alto, si tormentava i capelli, non ha lasciato eredi. Il poeta solitario, il poeta ambizioso, il poeta torinese, langarolo, professore, donnaiolo, resistente, ciclista, palla elastico, bevitore di moscato, mitologico, santifico, economico.


E’ riuscito ad arrivare anche Il Professore. Beve un bicchiere professore? Dopo tocca a lei professore, dopo pranzo professore. Morale della favola si mangia nei pressi, io non pago ma Ivano deve, allora ci accomodiamo e dopo ci penseremo. Il professore è di mala voglia, accetta le foto con mezzo cenno, rigira il bastone da passeggio, dopo mangiato non va bene di parlare, gli manca il fiato, gli muore la lingua, non si esprime, Ci dispiace professore, faccia come riesce, pochi minuti, ma è tutto pronto, ci perdoni, non sa l’onore.


Un altro tavolo e platea, sono seduto dietro il leggio, mi risale il salame pepato, Il Professore è inclinato, apre appena la bocca, lo introducono altri due professori che fanno un discorso intricato, si sforzano, traducono dal latino all’italiano. Mezz’ora ciascuno per confessare l’immenso onore. Un nome tanto grande, dicono La colonna, il massimo esponente, l’insegnate, il libro di scuola, il maestro. Viene il mio momento e leggo bene, applauso meritato. Dietro di noi, da qualche parte, tirano il collo alle galline, si sentono i lamenti strazianti e il professore ci scherza sopra, si ride.


Ivano mi aspetta in macchina. Nel cortile Il Professore è seduto nel fuoristrada ed ha comprato sei cartoni di vino Farfarello, due in omaggio, sua moglie dice ad un uomo con la barba nera e bianca che lo berranno insieme. Mi pagano e ce ne andiamo. Ivano è uscito senza pagare e vuole far presto a partire. Tornando ci fermiamo al cimitero, pochi minuti, qualche refolo d’aria mi smuove i capelli, Ti sta bene il pizzetto mi dice Ivano mentre superiamo la cancellata.


La tomba del poeta è una coperchio di ferro appoggiato per terra, una lastra color ruggine con il bordo tagliato dalle lettere dell’epitaffio, è abbozzata, bugnata senza ordine come l’avessero percossa dall’interno a testate, è una protesta alla morte. Il nome e la data sono in caratteri netti, uno sotto l’altro in una casella bianca, nello spazio sotto i numeri c’è lasciata una sigaretta intonsa, messa per il lungo, sulla cartina c’è scritto Winston. Quando Ivano si allontana la prendo, la porto alle labbra e uscendo l’accendo. Guardo verso Torino e più oltre, la linea di vette azzurre come una calca di uomini curiosi che mischiano i corpi e le teste per farsi avanti. Sopra di noi, nel cielo sgombro, si è trascinata una nuvola che sembra fuori luogo.


Gianni Dova - Composizione







Dal diario di Alessio Meco, attore fuori sede - I parte





Nella chiesa collegata Sant’Agostino di Asti stanno dicendo il rosario, a parte questo c’è silenzio, poca luce. A una signora suona il telefono, è un pezzo in cima alle classifiche, il suono dapprima è attutito poi fuori dalla borsa riverbera nelle navate. La signora si ferma davanti all’altare, si solleva gli occhiali, scruta lo schermo, la suoneria va per la seconda ripetizione, allora risponde, dice pronto. E’ qualcuno che si chiama Alice, la signora va lentamente verso l’uscita, descrive chiaramente la situazione, racconta che il caldo la fa sudare, che ora esce fuori e farà più caldo, fa una risata, bagna due dita nell’acqua santa e rapidamente si segna ed esce.


Fuori c’è una piazza circolare senza ripari, l’edificio ha una facciata semplice, è di pietra castana; nel complesso la città ha un color cappuccino, una mescola tra pareti rossicce, bianche e bege. Il sole batte sul lastricato del corso e si procede in fila indiana per giovarsi delle strisce d’ombra lasciate ai lati. A passo d’uomo si va a prendere il gelato. Io sono soprappeso, faccio l’attore ma lavoro anche alla ferramenta Galimberti, e oggi, dopo colazione, mi sono rasato pelo e contropelo e mi è passato di lasciarmi mosca e pizzetto - e in tutti i finestrini delle auto in sosta ho visto che mi sta bene, che ho fatto bene.

Devo farmi trovare in Piazza del Palio tra mezz’ora, oggi ho un lavoro, mi pagano cento euro, si tratta di leggere poche cose, quasi tutte poesie. Ho il tempo per un caffè, il barista mi saluta in dialetto, ci conosciamo di vista, rispondo senza accento, non sono di qui ma vivo qui.


Ivano è in orario, ha una panda azzurra. Sull’autostrada il sole batte in lungo e in largo e le linee bianche si distinguono appena, si guarda da sotto i parasole. Ivano non si preoccupa, pensa che sia una patina d’ottone vecchio, è l’effetto di questo sole particolare sulle superfici, anche le torri e le colline sotto le torri sono di ottone vecchio. Quando ci fermiamo a fare rifornimento mi dice che lo stava pensando, dice Immagina un sassofono spianato sulla strada, come una tuta aderente - l’ha scritto in una poesia che mi ha fatto leggere giovedì scorso. E guarda in fondo, dice ancora, tutti i denti delle montagne, laggiù è blu, è fresco.


Sessantuno anni fa è morto Pavese nella stanza che aveva preso all’Hotel Roma. Dopo il ricordo dell’anniversario e la consegna dei premi del concorso devo leggere la prima poesia, c’è un leggio componibile di metallo con le giunture, è accanto ad un tavolo coperto da una tovaglia rossa. Il pubblico prende posto. Ci sono i vincitori, i parenti e gli amici, i parenti e gli amici dei professori dietro il tavolo, le prime file riservate ai delegati della regione, della provincia, dei comuni. Ognuno porterà i suoi saluti. Il presidente che mi dà le indicazioni assomiglia al pappagallo che tengono in giardino, canuto, due occhi come punti sovraccarichi d’inchiostro, una bocca becco, senza labbra e senza denti, e un corpo arcuato e risecco come le zampe del volatile, le sue tre dita unghiate, calcinose, o il paesaggio scavato di certi fianchi di collina, quelli inservibili per piantare la vigna. E’ quasi ora di alzarmi a leggere. Hanno fatto le fotografie davanti all’immagine del poeta che scrive, alcuni hanno voluto dire qualcosa altri no. I politici hanno parlato molto, confuso l’ambito e la situazione, scambiato i contesti, tenuto presente l’apparato vocale, modulato a vanvera. Siamo sul palco davanti alla platea, le sedie sono piene e le teste riparate da un padiglione di plastica bianca a tre punte. Riesco a vedere le salite che più in alto arriveranno in cima ai colli, passano tra i filari di vigna che sono disposti in tanti paralleli come una riga in mezzo praticata sopra un cranio. Ai bordi della strada fanno da siepe, ci sono anche noci, fichi, albicocchi, pochi ulivi, quasi nessuno. L’aria non si muove e la temperatura aumenta. A mezzogiorno i raggi a perpendicolo si intersecano con le vigne, latitudine e longitudine di queste parti.



Gianni Dova - '80 - Figura ambigua

venerdì 29 luglio 2011

Telefonismo arabo



Da un balcone di circa tre metri per uno si sporgono i componenti di una famiglia di lingua araba - dico a orecchio - impegnati in conversazioni telefoniche più o meno lunghe e agitate.


Due donne soprattutto e poi tre uomini. Mentre sotto rifanno la strada e si sparge lo strato oleoso e nerissimo dell’asfalto nuovo, non li sento, vedo soltanto i gesti. La prima donna ha le braccia frollate e i capelli raggruppati dietro la nuca, di pelle è chiara verso il giallo. L’altra ha le maniche lunghe e parla facendo perno sulla pancia che oscilla poggiata alla ringhiera. Gli uomini sono sempre in canottiera e fumano, il cuoio capelluto vicino ai sopraccigli, più o meno rughe secondo l’età che va dai quaranta e si ferma a cinquanta malandati.


Ad ora di pranzo c’è silenzio e così li sento che urlano al ricevitore. Gente lontana in posizioni precarie, esposta ai venti o bombardata parla con loro. Non si sentono, non sono tranquilli, avvengono interferenze, prende meglio a piegarsi in due, la testa sfiora il basamento della ringhiera, penzolante. Potessi tradurre verrei a sapere tutti i particolari - hanno fiducia che nessuno li capisce, quindi gridano con la massima serenità.


Quella gente lontana e precaria durante la settimana abbandona la residenza irraggiungibile e arriva, due tre macchine station wagon con i vetri di dietro pressati di bagagli, di buste. All’apertura del portabagagli assiste tutta la comunità del balcone, già in strada (in quell’occasione ancora sgangerata e con il corpo dei tombini a vista che sembra il seguito di enormi chiodi di cui per anni si è conosciuta soltanto la testa).


Gli ospiti si scambiano qualche dono ed entrano in casa per uscire sul balcone telefono all’orecchio – nelle scale c’è stata una salva di suonerie più o meno contemporanea. Si mettono allineati in cinque sei o a turni, in filo diretto con altri avamposti sempre fuori campo che si può soltanto urlare per raggiungere.


Questo modello di Samsung è fatto così, è largo e bianco, ci sono i giochi, le foto settemegapix, tutto, pochi soldi, mio padre me lo compra. Così dice il più piccolo degli arabi ai suoi amici, in italiano. Significa che sta per ascendere anche lui al balcone, i tempi sono maturi. Gli amici che sono un pancione biondo di sei anni e uno mingherlino scricciolo come l’arabo ascoltano ammirati, momento solenne, il pancione, rosso nelle guance, apre anche la bocca. Il piccolo arabo gesticola, misura tra braccia e dita il telefono come fosse un grosso pescegatto. Io passo, raccolgo la conversazione, mentre sopra, i probabili genitori, telefonano ad altre station wagon in avvicinamento.


Cammino e dopo poco si formalizza un uomo corto di statura che sorride mostrando appeso per le sue dita un esemplare sottile di Samsung bianco e scaglioso che ancora si dibatte, e l’uomo corto e contento è inquadrato nello schermo incellophanato di altro Samsung di medesima famiglia ma di altra specie, un cultivar meno sottile, nelle mani di un amico o conoscente che lo immortala.


Per scherzare, propongo a Giulio, che a quell’ora passeggia, di varare la costellazione del telefonista arabo, ma poi, quasi subito, me ne pento. Lui ha dei fianchi larghi, avanza rigido come sui trampoli, mi dice A me mi hanno aperto da qua a qua, il cuore, e adesso devo camminare. Cammina e se ne va.

Mario Sironi - 1919