
Avevo mezz’ora per non far tardi all’appuntamento e non mi aspettavo il temporale.
Ho dovuto rallentare, il cielo si è scurito e al primo semaforo l’aria aveva preso un colorito torbido, di sabbia bagnata. Vedevo gli edifici ai due lati della strada come biscotti intingersi nel caffellatte. La pioggia eruppe conservata da giorni. Gocce sconfinate, aggruppate in conseguenze fluviali. Il tergicristallo a massimo regime riusciva a darmi qualche traccia del percorso e dato che lo conoscevo e che una coppia di stop rossi mi guidava davanti non risposi all’istinto di fermarmi. Brevi tratti fatti al buio, col fragore dei tuoni a seguire la saetta che mi avrebbe colpito, ritorto le dita e carbonizzato mentre la pensavo.
Ma non avevo considerato la condensa. Sotto le gocce il vetro si era ingrigito. Sciolsi la patina con le bocchette dell’aria, regolata fredda dalle calure del giorno prima. Si schiarì. Dai cinquanta passai ai settanta all’ora. Il folle che immaginavo davanti la vettura a mandarmi secchiate contro il parabrezza si era ammansito, riteneva lo slancio, dosava il gavettone.
A cinque chilometri e dieci minuti dalla meta mi concessi di far attraversare due nordafricani, totalmente indifferenti al meteo da sembrare asciutti. Eppure cadeva ancora, non era uno stato mentale, a basso regime ma pur sempre in funzione c’era il tergicristallo, e lo sentivo nicchiare. Portavano una busta a testa, erano in tre, attraversarono verso nordovest. Avevo evitato di ripararmi dentro un bar della strada o sotto la tettoia di un cancello. In più alla sinistra della strada trovai un errore.
Mi avevano dato informazioni su un edificio che da anni mi fa supporre e immaginare le sue stanze e la vista dalle sue finestre. Quello che dico, svetta sull’intero fondale di colli e montagne azzurine, sul contorno delle palme e dei casamenti a ridosso della statale. Semplicemente quel palazzo s’impone su una distesa di costa chilometrica. E me l’avevano detto essere un albergo, il Da Luigi. Non doveva sorprendermi, soltanto mi amareggiava il mistero svelato. E quindi fui felice quando aveva quasi smesso di piovere e guardavo le buste bianche che i nordafricani facevano oscillare, perchè il mistero ritornò intatto.
Da Luigi era un gruppo di tre costruzioni basse, articolate in emiciclo e dipinte di un arancio buccia di nespola, con la piscina probabilmente. Vedevo la scritta sopra le due palme del cortile. Da Luigi: un albergo all’altezza della strada, tre stelle appurai in seguito, e non il palazzo che dicevo io. Lui veniva tra poco, molto più in alto, di tre quarti sul colle solingo, nascosto alle fondamenta da un bavaglio di chiome.
Ci sfilai di sotto forzando la capacità dei finestrini. Le persiane verdi, oblunghe da tenere un uomo in piedi, due file da tre, verde bottiglia, una sull’altra, e roggio il tetto basso. Stavo sforando di cinque minuti ma le finestre le avevo viste sempre chiuse, che sia disabitato?
Mario Sironi - Paesaggio Urbano - 1922
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