venerdì 1 luglio 2011

La trappola



Il testaferro mi aveva fatto perdere tempo, col suo volare sbalestrato che finì al di sopra della grondaia.


Sulla terrazza si era annunciato nel vibrare ossessivo delle ali - vietato l’agguato - cozzando i vasi senza timone. Seguendolo lo vidi sparire dentro il foro di una mezza canna, che stava legata con altre a fare un mobile da tavola. Bastava chiudere i due fori del segmento : s’era andato a intrappolare.


Li chiusi con un libro e un quaderno e sollevai le canne allacciate pigiando ai lati, attento alla convergenza. Lo credevo un pallettone di fucile che a scoprirgli il varco m’avrebbe trapassato l’occhio. Rimasi così con la trappola sollevata senza sapere che fare. Mummificarlo? Sostituire le chiusure con lo scoctch e aspettare, solo io a sapere del segreto mentre l’ospite ciccava nel posacenere appoggiato alla canna-sepolcro. Mi sarei ricordato a distanza di anni notando le dentellature del nastro in un momento di svago, con l’accappatoio indosso. Allora l’avrei rimosso e avrei esposto l’esemplare classificato, ormai innocuo.


Aggiungo che in seguito l’avrei gettato a causa di un pensiero notturno. Un pensiero ai suoi occhi nella corazza, due punte di spillo rosse come i led del televisore, e al ritorno in una vita da proiettile pazzo. Da sveglio lo avrei visto riprendere il volo, stavolta dritto, a capofitto verso la meta. Il giorno dopo mi sarei svegliato senza badarci e in un attimo, mentre facevo altro, una divagazione, una spinta, e dalla mensola alla carta accartocciata al secchio sulla strada.


Senza contare che mia madre avrebbe potuto liberarlo prima, inavvertitamente; cosicché un giorno qualsiasi un urlo dalla terrazza e mia madre sulla coscienza. E io sporgendomi sulla ringhiera con la pantofola in mano, a guardare il corazzato che fuggiva sballando le traiettorie, gliel’avrei tirata appresso.


Allora lo liberai, lasciai i monconi di canne sul pavimento, le scossi con la punta, le battei contro il parapetto. Guardai dentro chiudendo un occhio. Il tempo di pensare Ho sbagliato e torna il ronzio, e sprizza fuori il bossolo nero con le zampette pendule di dietro.


Carlo Carrà - Il figlio del costruttore - 1931

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