
Il testaferro mi aveva fatto perdere tempo, col suo volare sbalestrato che finì al di sopra della grondaia.
Sulla terrazza si era annunciato nel vibrare ossessivo delle ali - vietato l’agguato - cozzando i vasi senza timone. Seguendolo lo vidi sparire dentro il foro di una mezza canna, che stava legata con altre a fare un mobile da tavola. Bastava chiudere i due fori del segmento : s’era andato a intrappolare.
Li chiusi con un libro e un quaderno e sollevai le canne allacciate pigiando ai lati, attento alla convergenza. Lo credevo un pallettone di fucile che a scoprirgli il varco m’avrebbe trapassato l’occhio. Rimasi così con la trappola sollevata senza sapere che fare. Mummificarlo? Sostituire le chiusure con lo scoctch e aspettare, solo io a sapere del segreto mentre l’ospite ciccava nel posacenere appoggiato alla canna-sepolcro. Mi sarei ricordato a distanza di anni notando le dentellature del nastro in un momento di svago, con l’accappatoio indosso. Allora l’avrei rimosso e avrei esposto l’esemplare classificato, ormai innocuo.
Aggiungo che in seguito l’avrei gettato a causa di un pensiero notturno. Un pensiero ai suoi occhi nella corazza, due punte di spillo rosse come i led del televisore, e al ritorno in una vita da proiettile pazzo. Da sveglio lo avrei visto riprendere il volo, stavolta dritto, a capofitto verso la meta. Il giorno dopo mi sarei svegliato senza badarci e in un attimo, mentre facevo altro, una divagazione, una spinta, e dalla mensola alla carta accartocciata al secchio sulla strada.
Senza contare che mia madre avrebbe potuto liberarlo prima, inavvertitamente; cosicché un giorno qualsiasi un urlo dalla terrazza e mia madre sulla coscienza. E io sporgendomi sulla ringhiera con la pantofola in mano, a guardare il corazzato che fuggiva sballando le traiettorie, gliel’avrei tirata appresso.
Allora lo liberai, lasciai i monconi di canne sul pavimento, le scossi con la punta, le battei contro il parapetto. Guardai dentro chiudendo un occhio. Il tempo di pensare Ho sbagliato e torna il ronzio, e sprizza fuori il bossolo nero con le zampette pendule di dietro.
Carlo Carrà - Il figlio del costruttore - 1931
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